Modello veneto per le gare d'appalto nella sanità italiana

La Giunta regionale fornisca i dati sulle vaccinazioni in Veneto, indicando quanti bambini sono a rischio per la patologia più grave tra le malattie esantematiche. È la richiesta del capogruppo di Italia dei Valori, Antonino Pipitone, medico-diabetologo, che fa riferimento all'emergenza-morbillo riscontrata in questi giorni nell'Alta padovana, con diversi casi segnalati, persone ricoverate in ospedale e l'Ulss 15 impegnata in una campagna di informazione ai ragazzi non vaccinati. «Lanciamo l'allarme sul rischio di epidemie, preoccupati anche per la ricomparsa della difterite nel nord Europa. In Veneto è stata abolita la vaccinazione obbligatoria, e secondo noi ciò rappresenta un serio pericolo per lo sviluppo della patologia, chiediamo all'assessore Coletto di fornire dati sulle vaccinazioni in Veneto, indicando quanti bambini in età scolare non si sono vaccinati e quindi sono a rischio per la patologia più grave tra le malattie esantematiche, che può dare grossi problemi respiratori e e, se non curata adeguatamente, può peggiorare con esiti anche fatali». di Filippo Tosatto wVENEZIA Il Patto della Salute, in fase di discussione al tavolo romano che riunisce amministratori e manager regionali, recepirà le regole del Veneto in materia di gare d'appalto dei beni e servizi socio-sanitari. La decisione di estendere questo modello all'intero territorio nazionale, almeno nei suoi tratti essenziali, è giunta a conclusione di un confronto in sede ministeriale, preceduto dalla relazione tecnica di Domenico Mantoan, il vicentino che Luca Zaia ha voluto alla direzione generale della sanità nostrana. Ma di che stiamo parlando, in concreto? Il suddetto regolamento dei capitolati di gara è stato introdotto nel gennaio 2013, segnando una discontinuità su tre versanti. La durata temporale delle gare d'appalto, ridotta ad un massimo di 3 anni con opzione di rinnovo per altri 2, a fronte dei 9+3 precedenti, tuttora vigenti in alcune regioni. Il rapporto percentuale, ai fini del punteggio assegnato ai concorrenti, tra il prezzo e la qualità dell'offerta: 60% al primo, 40% alla seconda. Infine, la scelta di individuare come prezzo standard di riferimento il minore tra quelli pervenuti, decurtandolo del 5%. La ratio di questi provvedimenti (che riformano in modo sostanziale la prassi precedente) risponde certo a obiettivi di risparmio per il sistema pubblico - l'anno scorso ha consentito alle casse di Palazzo Balbi una riduzione netta di spesa pari a 18 milioni - ma affronta anche la questione trasparenza; perché gli appalti limitati nel tempo riducono i rischi di posizione dominante (assicurando invece un ricambio fisiologico) mentre il ribasso dei prezzi richiesto per conseguire l'appalto «sgonfia» i margini «pericolosi» derivanti da una presunta e discrezionale qualità, il cavallo di Troia troppe volte utilizzato per racimolare «provviste» destinate all'illecito, le stesse che nella vicina Lombardia - è cronaca di questi giorni - hanno consentito alle imprese vocate alle tangenti di corrompere una dozzina di dirigenti delle aziende sanitarie, risultati - letteralmente - sul libro paga dei disonesti. Intendiamoci: queste precauzioni, di per sé, non rappresentano una barriera insormontabile al malaffare ma il governatore Zaia e l'assessore Luca Coletto le hanno ritenute utili in via preventiva ed il pool impegnato nel rinnovo del Patto della salute, che si tradurrà in un atto legislativo del Parlamento, ha deciso di farle proprie. Divergenti, invece, le strade intraprese da ministero e Regione Veneto in materia di nomina dei direttori - generali, sanitari e amministrativi - delle aziende. Beatrice Lorenzin, commentando i recenti scandali, ha sostenuto che «l'attuale metodo di arruolamento di primari e manager della sanità è totalmente falsato dall'ingerenza politica», annunciando la volontà di istituire un "concorsone nazionale" gestito dal ministero che selezioni i candidati di tutta Italia e, da un unico elenco, li redistribuisca sui territori. La scelta non è affatto piaciuta a Palazzo Balbi («Perché dobbiamo cedere le nostre competenze al centralismo romano?», la prevedibile obiezione) che ha giocato d'anticipo. Otto giorni fa è la sanità ha bandìto un concorso nazionale, con nomina regionale però, destinato al rinnovo dei manager attuali, in scadenza il 31 dicembre 2015; prevede un contratto quinquennale e, secondo i dettami della legge Balduzzi, non potrà essere revocato né modificato da successive normative nazionali.