MANI PRIVATE SULL'ORO DI BANKITALIA

di MARIO ESPOSITO* La questione della rivalutazione delle quote di partecipazione al capitale di Bankitalia, entrata ormai nel dibattito politico e presentata come una misura produttiva di effetti soltanto positivi, nasce da una situazione di illegittimità: la titolarità di tali quote in capo a soggetti privati. È infatti ancora vigente l'art. 20 del R.D, n. 375/1936, che riserva esclusivamente a soggetti di natura pubblica l'appartenenza del capitale dell'Istituto centrale. L'anomalia si è determinata a seguito della stagione delle privatizzazioni, allorché le quote possedute dalle casse di risparmio e dalle banche di interesse nazionale, invece di transitare alle fondazioni "figlie" di quelle operazioni ovvero di essere "riconsegnate" allo Stato, rimasero nel patrimonio delle aziende di credito, con il risultato di concentrare nelle mani di Intesa Sanpaolo e di Unicredit il 52,4% del capitale. Soltanto nel 2005, con una norma tutt'ora inattuata e poco gradita a Via Nazionale, il legislatore ha imposto di riportare le partecipazioni in Banca d'Italia a soggetti di diritto pubblico: per la verità questa norma sarebbe stata inutile, essendoci ancora quella del 1936, ma probabilmente si è voluto dirimere gli equivoci interpretativi. Frattanto, però, i privati - e tra di essi soprattutto le banche - hanno cominciato a valutare le loro partecipazioni con valori ben al di sopra di quanto risulterebbe dal capitale ufficiale di Bankitalia, che ammonta a soli 156.000,00 euro. Una cifra che costituisce la mera traduzione nominale dell'originario capitale, fissato, proprio nel 1936, in trecento milioni di lire. Nel patrimonio di alcuni quotisti privati si toccano cifre di ben altre proporzioni (la Carige per esempio valuta le proprie in 22,1 miliardi di euro: vedi la «Repubblica» del 30.9.2013). La ragione del divario è relativamente semplice: il valore delle quote sarebbe di gran lunga superiore se, oltre al capitale, potessero a tal fine considerarsi anche le riserve ordinarie e straordinarie che compaiono nel bilancio di Bankitalia. Ma la legge e lo statuto della Banca non lo consentono, per almeno due motivi: da un lato, perché le norme sono state pensate per un istituto al quale partecipassero esclusivamente soggetti pubblici (o a questi equiparati); dall'altro, perché le riserve, come ha dichiarato a «Il Sole 24 Ore» il Direttore generale, Salvatore Rossi, «sono state accumulate dalla Banca centrale attraverso la sua attività tipica che è quella di battere moneta, negli anni passati da sola, oggi in condominio con la Bce. Una funzione pubblica, peculiare della banca centrale, su cui i partecipanti non possono avere pretese». Ma i fatti, come si sa, premono sul legislatore, soprattutto quando, come nel nostro caso, ne siano protagoniste le banche, le quali agiscono secondo la logica commerciale: se il loro metodo di "computo" venisse legittimato, le banche troverebbero così un rilevantissimo ausilio per rimediare al notissimo problema della loro consistenza patrimoniale. La soluzione, che peraltro urta contro il divieto europeo di concedere aiuti di Stato (i partecipanti al capitale della nostra Banca centrale si vedrebbero attribuire un diritto di appartenenza su beni pubblici), incontra oggi il favore del Governo, il quale conta di ricavarne gli introiti fiscali corrispondenti all'imposta dovuta dai quotisti sul maggior valore delle loro partecipazioni. È lecito, però, dubitare che lo Stato ne tragga reale vantaggio, dal momento che il tributo (per di più liquidato con un'aliquota agevolata) troverebbe molto ampia copertura nell'incremento attribuito (in sostanza a titolo gratuito) dallo Stato alle quote del capitale dell'Istituto centrale. Nonostante ciò, la stessa Banca d'Italia ha costituito una commissione incaricata di proporre una nuova valutazione delle quote che ha adempiuto al suo compito in tempi insolitamente celeri, consegnando una relazione (consultabile sul sito istituzionale della Banca) che suscita molte, motivate perplessità. Ma non è tutto: la privatizzazione «a regime» della Banca d'Italia, porta con sé un altro effetto, indirettamente desumibile dalla relazione della commissione. Gli esperti nominati dall'Istituto centrale hanno infatti rilevato criticamente l'eccessiva concentrazione, nelle mani di alcuni partecipanti, di una percentuale troppo elevata del capitale: la rivalutazione è stata anzi indicata quale passo da compiere necessariamente proprio in vista del trasferimento delle quote ai potenziali acquirenti (investitori istituzionali con un orizzonte di lungo periodo). Ebbene, è notissimo e persino ovvio che, nelle eventuali negoziazioni destinate alla cessione delle quote, il loro valore verrebbe stabilito facendo riferimento anche al patrimonio della Banca d'Italia, nel quale rientra l'oro che l'Istituto ha accumulato nei molti anni nei quali ha esercitato la funzione pubblica di emissione monetaria: si tratta delle riserve auree, la consistenza delle quali situa l'Italia al terzo posto della graduatoria mondiale. Secondo voci autorevolissime esse sarebbero sufficienti a garantire l'intera emissione di moneta nazionale, allorché lo Stato italiano decidesse di recedere dall'Eurosistema. È un aspetto del quale, forse non a caso, si parla ben poco, anche nelle trattazioni giuridiche dedicate alla Banca d'Italia: ma l'analisi della normativa vigente induce a ritenere che si tratti di beni pubblici di natura quasi demaniale, destinati ad uso di utilità generale, che Bankitalia non avrebbe più titolo per detenere, essendo la sua funzione monetaria confluita in quella affidata ormai alla Banca Centrale Europea (alla quale, infatti, Bankitalia ha dovuto conferire un parte delle nostre riserve in valuta). L'oro, insomma, sarebbe degli italiani e dovrebbe pertanto essere restituito allo Stato. Non è difficile immaginare, allora, lo scenario che si aprirebbe se, una volta privatizzata, si decidesse o si avesse necessità di riportare la Banca d'Italia in mano pubblica: le quote dovrebbero essere acquistate, ovvero espropriate facendo riferimento ad un valore esorbitante (si pensi che, nello stato patrimoniale della Banca al 31.12.2012 la voce «oro e crediti in oro» ammonta a 99miliardi e 417,22 milioni di euro, essendo la sola riserva aurea pari a 2.451 tonnellate d'oro), con prevedibili gravissimi effetti sul debito pubblico. Né può dimenticarsi che, secondo l'attuale Statuto di Bankitalia (art. 6), sono i partecipanti, riuniti in assemblea straordinaria, a decidere sulle modificazioni dello statuto medesimo: non sembra perciò decisivo affermare, come spesso si legge, che i quotisti non hanno alcun concreto potere di ingerenza nell'esercizio delle funzioni della Banca centrale. Ciò vale sino a quando non venga modificato, appunto, lo statuto. In definitiva, la rivalutazione delle quote della Banca d'Italia, insieme con un (dubbio) provento fiscale, è suscettibile di portare con sé conseguenze tutt'altro che favorevoli per gli italiani. E sarebbe auspicabile che di ciò si occupassero le nostre Camere, magari procedendo ad una apposita inchiesta parlamentare, prima di assumere qualsiasi determinazione. *Professore straordinario di diritto costituzionale presso il Dipartimento di Scienze Giuridiche dell'Università del Salento