MASSIMILIANO GIONI

di Manuela Pivato L'uomo del Palazzo Enciclopedico è un ragazzo che al rintocco dei suoi 40 anni ha ricevuto in sorte la direzione della Biennale Arti Visive, ovvero l'occasione della sua vita, che lui assapora con gioia rapinosa nei giorni sospesi della vigilia, quando tutto sta per succedere e nulla è ancora accaduto. Critico d'arte, scrittore, curatore di mostre, amico e ventriloquo di Maurizio Cattelan, nato a Busto Arsizio ma diventato presto globetrotter sempre con la valigia in mano, Massimiliano Gioni ha disfatto l'ultima in un appartamento in calle delle Comari, dietro l'Arsenale, dove da due mesi abita, riflette, non cucina, non fa la spesa, pensa, si lava i denti e aspetta la settimana prossima quando i 18 mesi del suo lavoro e le opere dei 150 artisti prescelti affronteranno la prova ordalica della stampa e del mondo. Venezia, che l'aveva visto da ragazzino in gita scolastica inchiodato al letto dal mal di schiena mentre i suoi compagni facevano i ganzi con le ragazze; che l'ha rivisto alla Biennale del '93 e dieci anni più tardi invitato da Francesco Bonami a curare la mostra "La Zona"; Venezia ora lo accoglie con tutti gli onori mettendolo sul podio più alto a orchestrare la 55. Esposizione Internazionale d'Arte che lui ha voluto intitolare "Il Palazzo Enciclopedico" ispirandosi al progetto mai realizzato di Marino Auriti che nel 1955 immaginò un edificio di 136 piani dove raccogliere tutto il sapere dell'umanità. Qui, tra i Giardini di Castello e l'Arsenale, è invece tutto vero, o almeno ancora verosimile, e tutto vibra di colori, vernici, chiodi, martelli, casse da sballare, imbianchini, falegnami, giardinieri. Un'enciclopedia organizzativa della quale Massimiliano Gioni sembra conoscere ogni pagina e, poiché sapere è potere, il curatore si può concedere anche il privilegio della calma, insieme a due costicine di maiale e a una lattina di Coca-Cola nel giardino del "Paradiso". Direttore della Biennale Arti Visive a 40 anni, se l'aspettava? «Devo ammettere che tutti i curatori ci fanno almeno un pensierino. Il 2013, poi, aveva le caratteristiche di un anno fortunato visto che già nel 1993 e nel 2003 avevo lavorato per la Biennale. Il tutto si è poi realizzato con una telefonata». Ci dica della telefonata. «Nel gennaio 2012 il presidente Baratta mi ha chiamato e mi ha chiesto: quando vieni a Venezia? In realtà, più che una domanda era una proposta. Abbiamo pranzato insieme e il 31 gennaio l'incarico è stato formalizzato». Sembra semplice. «Sembra. In realtà Venezia è da sempre la città nella quale vengo a vedere l'arte. Per un anno ho vissuto qui a mesi alterni e poi, dal primo aprile, mi sono trasferito definitivamente e sono entrato nella vita di quartiere. Ricordo che la prima cosa che mi ha sconvolto era la quantità di panini al salame allineati sul bancone del bar davanti all'Arsenale alle sette del mattino. Però poi sono riuscito ad avere anche i croissant. Ho subito trovato un tessuto urbano e umano straordinari. Pensi che le bozze del catalogo le abbiamo riviste e corrette seduti a un caffè di Sant'Elena». Com'è stato organizzare una mostra di queste proporzioni sull'acqua? «Ci sono alcune caratteristiche di Venezia che hanno influenzato le mie scelte, come il suo aspetto labirintico, o il suo sembrare un miraggio o il suo essere un luogo dell'Occidente in cui vive l'Oriente. Venezia è stata importantissima per l'ispirazione di questa mostra. Realizzare un evento di questa portata sull'acqua è stata inoltre una bella sfida costellata di episodi curiosi per non dire disperanti proprio per l'elemento naturale della città». Ad esempio? «Siamo riusciti con molte difficoltà ad avere in prestito il "Libro Rosso" di Carl Gustav Jung al quale lo psichiatra lavorò per 16 anni e che sarà esposto nella rinnovata Sala Chini del Padiglione centrale dei Giardini. Quando, lo scorso inverno, ci furono ripetute acque alte, gli eredi entrarono in agitazione perché temevano che le maree avrebbe potuto danneggiarlo. Il trasporto in acqua ci ha creato qualche problema anche per le 180 sculture di creta, fragilissime, che hanno viaggiato dal Tronchetto ai Giardini praticamente a passo d'uomo. Poi c'è stata la barca islandese». Cioè? «Alle Gaggiandre sarà esposta una barca da pesca arrivata da Reykjavik. L'imbarcazione era arrivata via acqua fino in Danimarca e poi via camion fino al Tronchetto e poi a bordo di una chiatta fino in Arsenale. Nel lungo tragitto, però il legno si era ristretto e così abbiamo passato settimane intere a innaffiarla affinchè il legno si gonfiasse e la barca ritornasse quella che era». Venezia indimenticabile. «Sicuramente. Ma spero che sia indimenticabile anche per i veneziani che sono stati coinvolti attivamente nelle opere. Alle Corderie saranno esposti i calchi dei volti di 90 veneziani che saranno poi montati su altrettante sculture». Fuori i nomi. «Niente nomi. Ma non ci sono né il presidente Baratta né il sindaco Orsoni». Veneziani che vedremo trasformati in opere d'arte? «Ci sarà la performance della praghese Eva Kotatkova che "incastonerà" alcuni veneziani nelle sculture. Per sei mesi, tutti i giorni, gli allievi del Conservatorio suoneranno i fiati a bordo di una barca alle Gaggiandre. E nel Padiglione centrale il giovane artista tedesco Tino Seghal creerà una sorta di tableaux vivants nei quali saranno protagonisti i veneziani, inclusi alcuni bambini». Stato d'animo a quattro giorno dall'apertura? «Direi sereno. Anzi, come gridava quell'uomo della barzelletta mentre precipitava dall'ottantaseiesimo piano di un grattacielo: sono al 76eiesimo, fin qui tutto bene».