«Vanno integrati». «Niente automatismi»

Il nodo è tutto politico perché il compito di cambiare la legge spetta al parlamento. Come la pensano gli esponenti locali? Simone Venturini, Udc: «Il passaggio dallo ius sanguinis allo ius soli è necessario: un bambino o una bambina nati in Italia da cittadini se pur stranieri ma residenti in Italia devono assolutamente potersi sentire italiani». Come partito, aggiunge il consigliere di centro, «siamo favorevoli all'indicazione che arriva dal patriarca e dai vescovi veneti, e che già avevamo espresso in passato. Speriamo che il prossimo governo porti a termine la legge. C'è il rischio che, negando la cittadinanza a chi cresce qui, studia nelle nostre scuole, con i nostri ragazzi, sentendosi forse più italiano di altri, si compia un'operazione di esclusione sociale. Non c'è nulla che ostacoli il riconoscimento di questo diritto». Favorevole al diritto di cittadinanza per i giovani immigrati di seconda generazione - nati in Italia da cittadini stranieri anche il Partito democratico. Spiega il consigliere comunale Emanuele Rosteghin: «Come Pd abbiamo lanciato un appello, sia a livello nazionale che a livello locale, raccogliendo anche le indicazioni della società civile, perché ci sembra giusto che i figli di chi vive in Italia siano italiani, siano considerati e si sentano italiani a tutti gli effetti. È così che si crea l'integrazione. Il fatto che molti di questi ragazzi vengano considerati stranieri contribuisce a tenere in piedi un muro che invece dovrebbe essere abbattuto. Abbattere questa barriera ci permette di crescere, tutti insieme. Tra i contrari ci sono invece quelli della Lega Nord, come spiega il capogruppo nel parlamentino della città, Alessandro Vianello. «È giusto aspettare i 18 anni perché non è sufficiente nascere in un territorio per essere cittadini del territorio. Bisogna essere degni del diritto di cittadinanza e questo si costruisce con politiche di coinvolgimento, e non semplicemente dando la cittadinanza, come prevede lo ius soli, a chi nasce in Italia, magari da genitori che sono in Italia da pochi mesi, non sono integrati o sono chiusi nelle loro comunità, come accade anche nella nostra città. Pensate a quello che è successo a Londra, agli attentati del 2007 ad opera di immigrati di seconda generazione non integrati. È sicuramente un caso limite, ma che non possiamo non prendere in considerazione». Francesco Furlan ©RIPRODUZIONE RISERVATA