Paziente morì, 4 medici indagati

Una vicenda che si trascina ormai dall'11 ottobre 2009, il giorno in cui la veneziana Gianna Cerulli Pianon, 64 anni, morì per una trombosi, probabilmente a causa di un embolo partito da una gamba che da tempo di era gonfiata. Era stata dal suo medico di base, era stata anche ricoverata in ospedale dei Santi Giovanni e Paolo, ma secondo i parenti, che avevano firmato un esposto, era stata curata per una semplice lombosciatalgia. Sotto inchiesta erano finiti il medico di base, quello del Pronto soccorso, l'anestesista e l'ortopedico, ma il pubblico ministero - dopo aver ricevuto le conclusioni dal medico legale che aveva eseguito l'autopsia - aveva chiesto l'archiviazione per tutti gli indagati. I parenti, che in un primo momento neppure erano stati avvertiti della richiesta di archiviazione della Procura, con l'avvocato Matteo Scussat hanno chiesto una nuova camera di consiglio e ieri si sono opposti all'archiviazione, ritenendo che vi sia un nesso casuale tra la mancata diagnosi sulla trombosi e il decesso della loro cara. I difensori dei quattro professionisti, davanti al giudice Giulana Galasso , si sono battuti perché l'indagine finisca in archivio: il magistrato si riserverà dei decidere e lo farà nei prossimi giorni. Probabilmente un'adeguata terapia – esiste una farmaco, l'eparina, che evita il formarsi di grumi di sangue e bolle di aria – avrebbe potuto salvare la donna. Sarebbe stato necessario, però, diagnosticare la trombosi e intervenire in modo adeguato. Invece, il suo medico curante, un ortopedico, un professionista specializzato in terapia del dolore, e prima di loro un medico del Pronto soccorso, non avrebbero capito. A raccontare l'ultimo mese di vita della donna erano stati il marito e il figlio nell'esposto inviato alla Procura. Un mese prima della morte si era all'improvviso ritrovata a letto a causa di un forte dolore alla schiena. Era così iniziato il pellegrinaggio da più medici e alla fine le era stata diagnosticata un'ernia del disco, dopo che al Pronto soccorso erano intervenuti con un antidolorifico, rimandandola a casa. Quindi, il medico di base le aveva prescritto una risonanza magnetica, con la conseguente ricerca frenetica di un laboratorio che eseguisse l'indagine in tempi compatibili con i suoi dolori. Poi, l'esame diagnostico al San Camillo, infine il ricorso al reparto di Neurologia dell'ospedale di Padova dove era stata anche sottoposta ad una terapia antidolore. In tutto questo - si legge sull'esposto - nessuno si sarebbe preoccupato della gamba sempre più gonfia della donna, costretta a letto da settimane.(g.c.) ©RIPRODUZIONE RISERVATA