FINANZIAMENTI DA RIPENSARE


Il ministro Gelmini presenta il suo disegno di legge di riforma dell'Università da tempo pronto e preannunciato. Si tratta di un provvedimento che tocca alcuni punti rilevanti della vita negli Atenei, e sui quali c'è bisogno di intervenire con rapidità. Ora toccherà al Parlamento entrare nel merito. Ma c'è da sperare che la presentazione di questo progetto di riforma, pur parziale e forse meno radicale di quanto ci sarebbe bisogno, induca il ministro Tremonti a rivedere le scelte fatte che riducono pesantemente i fondi alle Università già sottofinanziate rispetto a quelle dei Paesi nostri competitori a livello europeo. La situazione finanziaria degli Atenei italiani è al collasso, se resteranno i «tagli» previsti per l'anno 2010 dalla «manovra d'estate» 2009. Gli effetti di quei provvedimenti normativi si faranno sentire sui bilanci dell'anno prossimo in modo catastrofico. Le Università si vedranno ridurre i fondi del 10%, se non vi saranno correttivi, e anche Atenei come Padova che sono riusciti sino ad ora a mantenere i conti in ordine, nonostante il sottofinanziamento da cui sono penalizzati, grazie a una rigorosa politica di bilancio, saranno costretti a tagliare le uniche uscite non incomprimibili, cioè quelle per la ricerca.
Non incomprimibili tecnicamente, ma vitali per una research university come la nostra.
I capitoli per la ricerca sul bilancio dello Stato sono, come tutti sanno, assai poveri, soprattutto quelli per la ricerca di base, per la ricerca cosiddetta fondamentale, curiosity driver, come dicono gli anglosassoni, quella dalla quale poi si sviluppa in tempi e momenti successivi la ricerca applicata a livello industriale. Ecco perché gli Atenei devono attrezzarsi per ricavare dai propri bilanci porzioni significative di finanziamento per la loro ricerca, oltre che impegnarsi sempre di più per drenare finanziamenti europei (sempre più essenziali!) e per rafforzare il collegamento con il mondo produttivo per recuperare fondi per la ricerca applicata. Ora anche quei pochi Atenei italiani che, come Padova, sono riusciti ad autofinanziarsi per la loro ricerca saranno in gravissime difficoltà. E' a partire da questa drammatica situazione che bisognerà non solo metter mano a riforme strutturali in grado di intervenire in modo radicale sul sistema universitario nazionale, ma anche ripensare in modo radicalmente innovativo il modello di finanziamento agli Atenei italiani. Ma prima di tutto sarà necessario un altrettanto radicale cambiamento di mentalità negli Atenei. Occorrerà cioè mettersi bene in testa che ciascun Ateneo dovrà fissare i propri obiettivi per il prossimo futuro in modo realistico e non velleitario, definendo con serietà la propria mission, compiendo scelte di carattere davvero strategico che comporteranno dolorose rinunce perché sarà necessario focalizzare gli investimenti in alcune direzioni precise. Rinunciando all'illusione (meglio sarebbe dire alla follia...) per cui «tutti gli Atenei dovrebbero poter fare tutto», dalle lauree triennali, che garantiscono una formazione di base, su su fino ai dottorati di ricerca, «luogo» di formazione avanzata. E naturalmente con un ventaglio di opzioni disciplinari praticamente infinito, coincidente con lo scibile universale...
Siamo ormai irreversibilmente entrati nell'era dell'autonomia di gestione degli Atenei, oltre che di quella didattica. L'autogoverno che, bene o male, più male che bene in verità, la normativa oggi consente agli Atenei italiani impone di entrare in questa logica di responsabilità, cioè di responsabilizzazione nelle scelte per chi negli Atenei è chiamato a compierle. Sono quasi vent'anni che il nostro sistema universitario è entrato in questa nuova era, ma c'è ancora tanta strada da fare perché gli Atenei possano davvero dirsi degni di essersela meritata. Non ha senso finanziare in modo uguale Atenei disuguali. Oggi l'accesso a fondi nazionali per la ricerca su base competitiva non è in grado di garantire «carburante» adeguato ai «motori» di più consistente cilindrata. E tutto il sistema ne risente. Il livello di competitività sul piano internazionale dei nostri Atenei è dal tutto inadeguato non perché altrove volino le aquile dell'intelletto e da noi la materia grigia sia scarsa. Tutt'altro! Ma un sistema non governato, con inadeguati strumenti valutativi e con l'esigenza di varare in tempi brevi riforme davvero strutturali, ci condanna a questo deficit di capacità competitiva. Non ci perdono solo le Università. Ci perde l'intero Paese.

Vincenzo Milanesi