Quel silenzio di Concetto Marchesi


Concetto Marchesi: impavido rettore del Bo che sfidò il fascismo con la lettera agli studenti del' 43 o anche politico smaliziato piegato alla ragion politica del Partito Comunista? Il primo aspetto è storia conclamata, riconosciuta e che rivivrà fra pochissimi giorni, perchè il 12 febbraio si celebreranno i cinquant'anni dalla morte di Marchesi. Il secondo aspetto è di oggi, perchè è un'ipotesi che emerge dalle pagine dell'ultimo libro di Frediano Sessi, Foibe rosse, edito da Marsilio e non ancora in libreria (ci arriverà tra qualche giorno).
Quella che Frediano Sessi, storico che ha pubblicato parecchi libri sulla Resistenze e sull'Olocausto, direttore di una collana Marsilio e collaboratore del «Corriere della Sera», definisce un'ipotesi può essere anche letta come un'accusa. Che farà discutere sul ruolo e sulle scelte di uno dei padri costituenti, una figura importante dell'antifascismo e della cultura dell'Italia nel passaggio dal fascismo alla repubblica, dalla ditttaura alla democrazia. Una democrazia che viveva le fasi convulse dell'immediato dopoguerra, con i partiti alla ricerca di un peso e di un posto al sole e un paese alla ricerca di una collocazione anche internazionale dopo la difficile fase bellica. Lo storico scava, trova e alla fine si interroga. E la domanda che riguarda Concetto Marchesi, in sintesi, è: fu prima uno statista o un comunista?
La vicenda che fa emergere il dubbio è quella sconvolgente di Norma Cossetto, e più in generale quella delle foibe. Norma Cossetto, negli anni, è diventata un simbolo, magari anche strumentalizzato: ma di sicuro la sua storia è emblematica. Più dirompente ancora se si pensa al silenzio che per anni ha avvolto i tragici destini delle popolazioni italiane in Istria, Dalmazia e nella stessa Trieste; ma anche quelli di croati e di partigiani italiani trovatisi a dover fare i conti con i partigiani di Tito.
Norma Cossetto vive e orribilmente muore in una tragedia più generale, ma la sua figura diventa bandiera. Perchè, in quel settembre del 1943, ha ventitrè anni, è bella, ambita, di buona famiglia, intelligente e indipendente. E' iscritta all'Università di Padova, a lettere e Filosofia, è al quarto anno e ha già stabilito la data in cui discuterà la sua tesi: «L'Istria Rossa», cioè la terra dove c'è la bauxite, che la fa rosseggiare. E' una tesi di geografia, il suo relatore è appunto il geografo professor Lorenzi. Con Concetto Marchesi la ragazza ha sostenuto un esame semestrale. Norma vive a Santa Domenica di Visinada, in Istria, ed è figlia di Giovanni. Il padre è un possidente, era stato segretario politico del fascio e podestà, era commissario governativo delle Casse Rurali. La stessa Norma era iscritta al Guf del Bo. Gente peraltro benvoluta, anche dai loro dipendenti, fascisti per italianità più che per ideologia.
Comunque, dopo l'8 settembre cambia tutto. A fine mese casa Cossetto viene razziata. Poi Norma viene invitata a presentarsi al comando partigiano della zona. Le chiedono di collaborare, di entrare nelle loro file: probabilmente perchè conosceva gli ambienti fascisti del triestino. Lei rifiuta. Torna a casa, ma il giorno dopo la prelevano, assieme ad altri parenti. Prima una ex caserma, poi un'altra, infine la scuola di Antignana: qui le cose precipitano, probabilmente perchè i partigiani si sentono minacciati da una colonna tedesca in arrivo, e hanno una trentina di prigionieri. Bevono. Norma viene legata ad un tavolo, torturata, stuprata da diciassette uomini, infine caricata su un camion e gettata, forse ancora viva e dopo un'ultima serie di violenze, nella voragine di Villa Surani. Infoibata, con gli altri.
La ritroveranno il 12 dicembre, dopo che anche suo padre il 4 ottobre era stato ammazzato e dopo che almeno sei dei suoi aguzzini erano stati catturati dai tedeschi. La salma di Norma venne composta nella cappella mortuaria del cimitero di castellier. Catturati e condannati a morte, i suoi torturatori furono obbligati a passare l'ultima notte della loro vita nella stessa stanza con quel corpo che sessantasette giorni prima avevano umiliato. C'erano solo due ceri, il fetore della decomposizione, il terrore dell'attesa. Tre di loro impazzirono, prima di essere fucilati, l'indomani, a colpi di mitra.
Questa la terribile storia di Norma. Che riemerge all'Università di Padova a fine '45, quando Concetto Marchesi, rientrato in Italia dopo l'esilio svizzero, propone di conferire le lauree honoris causa a quei laureandi che sono morti combattendo il nemico nazifascista. All'appello manca anche Norma Cossetto, e Marchesi chiede all'associazione dei partigiani veneti di appurare la verità. Gli arriva la risposta: infoibata dai partigiani di Tito. Marchesi non si tira indietro: lui, comunista, sostiene che Norma è morta per difendere l'italianità. D'altra parte l'Università fa le cose come devono essere fatte, anche perchè Licia, la sorella minore di Norma, aveva ben spiegato come stavano le cose, che la loro era una famiglia fascista. Un lungo dibattito, tra il Bo e la famiglia Cossetto, un carteggio cospicuo anche se incompleto. Di più: l'Università chiede che un atto notorio confermi la storia di Norma, attestata da un magistrato e un notaio. E cosi avviene.
Scrive oggi Frediano Sessi che alla fine del '45 le mire di Tito su Trieste e i territori ex italiani allarmavano Togliatti, che spedisce anche una lettera a Stalin sulla questione. Rapporti tesi, insomma, fra i partiti comunisti, tanto che una vittima dei partigiani titini poteva ben servire. Tanto che Norma poteva essere ricordata per la difesa dell'italianità. Ma poi le cose cambiano, e cosi gli equilibri. Prima arrivano gli inglesi, poi a livello politico si muove De Gasperi, poi Togliatti si riavvicina e passa all'amicizia con Tito. La laurea «honoris causa» alla giovane vittima istriana a questo punto diventa imbarazzante. Forse Marchesi non si occupa più direttamente di quel caso che intanto segue il suo iter all'interno dell'Università. Arriva il 1949, arriva il momento in cui quelle lauree agli studenti morti vengono conferite. Ma per Norma non c'è una motivazione diversa, speciale. E' confusa in quel gruppo di 29 studenti-partigiani uccisi dai tedeswchi o dai fascisti. «E' come se avessero negato la sua storia», dice Sessi.
Ignorata. Nascosta, in quel 1949 in cui era meglio non dare fastidio a Tito. Concetto Marchesi faceva parte del Senato Accademico, nel quale non si levò alcuna voce dissenziente. Vien da pensare, dopo la minuziosa ricostruzione che la stessa Università aveva voluto. Marchesi era anche nella direzione politica del Partito Comunista. Di qui l'ipotesi di Sessi: ha condiviso o si è piegato alle ragioni politiche di partito? «La mia è un'ipotesi - sottolinea ancora lo storico - Emerge da alcune deduzioni. Qualche documento manca». Fatto sta che in quel riconoscimento Norma Cossetto è stata accomunata ai caduti partigiani. Troppo presto per parlare delle foibe. Sarebbe stato troppo presto per decenni. Il 9 dicembre 2005 l'allora presidente della Repubblica Azeglio Ciampi ha conferito a Norma Cossetto la medaglia d'oro alla memoria al valor civile.

Paolo Coltro