Il romanzo orientale di Maurensig: ogni destino è un "gioco degli dei"

I Colloqui in Abbazia, moderati da Margherita Reguitti, avranno oggi al centro il nuovo romanzo di Paolo Maurensig, "Il gioco degli dei", appena edito da Einaudi, presentato in prima nazionale. Appuntamento alle 18 in sala della Palma, a Rosazzo.Valerio MarchiNel nuovo romanzo di Maurensig sono ancora una volta gli scacchi a offrire l'occasione per parlare d'altro. In questo caso il tema di fondo è quello del razzismo strisciante verso un uomo dalla pelle scura che, oltretutto, si rivolta contro l'imperialismo britannico: è Malik Mir Sultan Khan, realmente esistito, nato nel 1905 nel Punjab, in una parte dell'India che sarebbe poi entrata a far parte del Pakistan. Tuttavia, come veniamo subito avvertiti, il libro intesse fatti veri e immaginari.Sultan Khan: un nome altisonante per le orecchie di un occidentale. In realtà i suoi genitori, umili servi della terra, lo scelgono in segno di sottomissione al potentissimo maharaja Sir Malik Umar Hayat Khan. Perché «portando il suo nome gli si appartiene, come un oggetto che reca incisa la firma del proprietario».Dal 1926 Sir Umar Khan asseconda l'eccezionale attitudine naturale di Sultan Khan per gli scacchi. Il giovane e geniale servo vince il campionato assoluto di Delhi nel 1928 e, l'anno seguente, viene condotto dal maharaja nel nostro continente. Consegue risultati straordinari, ma reputa sempre il suo talento un dono degli dèi, e se stesso una loro pedina. E sa bene che «ciò che riusciamo a costruire a fatica sulla terra conta molto di più di quanto ci viene donato dal cielo».Sultan Khan, impietosamente considerato da molti un idiot savant, un fenomeno da baraccone, intreccia la sua storia con quella di un'Europa sull'orlo della Seconda guerra mondiale. Nel romanzo lo ritroviamo poi, in una nuova e in parte più felice fase della sua esistenza, nelle vesti di fidato accompagnatore della ricca e influente Mrs Abbott a New York. Finché, come «un chiarore abbagliante che precede l'oscurità», sembra svanire nel nulla. Ma l'autore lo fa emergere dall'oblio con l'espediente di un reporter americano che ne raccoglie la testimonianza nel 1965, un anno prima della morte, in una missione di preti comboniani nel Punjab.Riferendosi alla prima partita che il maharaja giocò con lui, Sultan Khan ricorda: «Ben presto fummo entrambi così presi dal gioco da non ricordare più nulla del mondo circostante». È un effetto simile a quello provocato dal soffio d'Oriente che spira dal romanzo, mentre attraverso brusche virate un karma preciso sembra condurci al finale proprio come ha fatto con il protagonista. Dietro a ogni trionfo o sconfitta sulla scacchiera della vita si cela un disegno divino. Nondimeno «quello che importa non è la vittoria di per sé, bensì l'impegno che ci mettiamo per ottenerla». Conta infatti «quanto conseguiamo su noi stessi»: è questo l'unico modo per modificare il destino mentre siamo ancora in vita. È il gioco degli dèi. O meglio, con gli dèi.Le lezioni di scacchi impartite al giovane Sultan Khan «avvenivano anche in assenza della scacchiera, ed erano talvolta riflessioni sulla vita e sulla natura umana». Fa lo stesso anche Maurensig. --