Valentinis, la memoria sulle ali della poesia

di ALDO COLONNELLO Un libro di memorie, questo di Valentinis? Un libro che riunisce, e sceglie, memorie da custodire e da portarsi dietro strada facendo, per ripercorrere sentieri, prima che si faccia troppo tardi e non sia più possible ritrovarli, o semplicemente riconoscerli nell'accumulo inarrestabile del nuovo? Memorie da avvolgere nella non trasparenza dell'oblio, oppure da nascondere in qualche angolo segreto? O addirittura da eliminare senza rimpianti? Lo chiariscono e riassumono bene le prime righe con le quali incomincia una delle ultime narrazioni (Tornant tal Poçat/Ritornando al Poçat) inserite in Paîs cun figures, la raccolta, edita dal Circolo culturale Menocchio, che sarà presentata domani, alle 21, nella sala consiliare di Artegna. Il libro è bilingue: friulano di Dartigne/Artegna e italiano comune. «Là jù dabàs, tal foran e par pui scjafoade l'aghe, framieç dai clapons intassâs. Po stai a ‘ndi sarà slacâts jù altris vie pal timp di insomp dal cret. Opûr o sarai jo ch'o torni dongje masse tart, cunfidant tes robes, come s'e vessin di rispuindi compagnes es vuaites de memorie. E come di furvie o torni, par un troi che no si lu cjapave mai par rivâ dongje, nome cualchi volte par tornâ indaûr». «Laggiù, in fondo alla forra l'acqua sembra più soffocata,tra i macigni accatastati. Ne saranno precipitati altri ancora dall'alto nel corso del tempo. Oppure sono io che ritorno troppo tardi confidando nella permanenza delle cose, come se dovessero rispondere immodificate agli agguati della memoria. E quasi furtivamente ritorno, per un sentiero che non si percorreva mai per arrivarci, solo di rado, per tornare indietro». Il trasferimento (dall'italiano al friulano o dal friulano all'italiano?) non si banalizza in forme non rispondenti al senso profondo del dirsi di Valentinis. Certo, per chi conosce il friulano, alcune espressioni e alcune parole portano con sé maggiore densità di vita e di storia. Già le poche righe riportate sopra danno la misura anche della personale raffinatezza e della sapiente e minuziosa precisione e padronanza sia della lingua friulana che di quella italiana da parte di Umberto Valentinis. Sulla pagina scritta Valentinis fa indossare alle parole ali di autentica, e vera, poesia come nei suoi presepi in miniatura ai materiali poveri e quotidiani e apparentemente insignificanti. Vi traspare la vita autentica, quella vissuta e quella sognata. Questo libro di Valentinis non esclude il lettore e non lo riduce a osservatore, ma lo tira dentro, lo incorpora indipendentemente dalle intenzioni (o dalle aspettative) dell'autore appartato e ritroso custode delle proprie riservate e intime tasche del suo cuore. A volte pare che Valentinis scelga di nascondersi o di chiudersi dietro una siepe intricata di arbusti anche pungenti a far da recinto e a tenere a distanza chi desidererebbe curiosare dentro casa. Ma si percepisce nell'aria che, nascosto e appartato, c'è lui, il bambino Umberto, che attraverso gli interstizi occhieggia furtivo e annusa la vita dei luoghi e delle persone, e, nello stesso tempo, costruisce se stesso, nel dialogo a volte anche furbescamente infantile, mai banale. con i luoghi, i paesaggi, le cose, gli oggetti. E si carica di memorie che fa ora parlare dopo averle tenute nascoste per sottrarle alle profanazioni degli sguardi indiscreti e irrispettosi. Ed allora quello che potrebbe sembrare, e non lo è, un libro di nostalgie si rivela, invece, come un canto alla sacralità della vita, al suo farsi e disfarsi, lungo sentieri noti, ma sempre nuovi. Dentro e tra le parole, non c'è solo Umberto Valentinis: ci siamo anche noi, ognuno di noi, nella sua non ripetibile diversità. ©RIPRODUZIONE RISERVATA