I 90 anni di Gianfranco Ivancich

di ERRANTE PARRINO

Quando a San Michele al Tagliamento si pensa a Gianfranco Ivancich lo si identifica immancabilmente con la sua villa della quale restano uniche superstiti le imponenti barchesse che Hemingway volle attribuire a Longhena per dare un tocco di venezianità a un suo romanzo che non fu tra i piú felici: Al di là del fiume e tra gli alberi. Poi vennero gli storici dell'arte che fecero altri nomi: Francesco Contini o Giuseppe Sardi, ma non dissero che il fascino di quelle arcate non veniva solo dalla creatività d'un qualche geniale architetto, ma dall'unione tra l'opera dell'uomo e quella della natura, dai possenti arconi ai quali incolti arabeschi e festoni di verde donavano e donano la suggestione d'una pastorelleria facendo sognare un settecento arcade.
Quando, negli anni ottanta, Renato Cevese vide lo stato in cui la villa si trovava lanciò l'allarme: le barchesse avevano urgentissimo bisogno di un intervento in quanto stavano per crollare. Con tutto ciò Gianfranco Ivancich godeva le belle mattinate estive sedendosi proprio sotto la parte piú compromessa dell'edificio, lontano da quella che aveva fatto restaurare per abitarvi. Prendeva il caffè, leggeva i giornali e fumava (troppo! Dicevano i medici), sicuro che nulla di male gli sarebbe accaduto: «Ma vuoi – diceva - che le barchesse non mi avvertano prima di cadere?».
Del resto, se quella viene chiamata Villa Ivancich e non Villa Mocenigo e neanche Villa Biaggini un buon motivo ci sarà e oggi, trent'anni dopo quell'allarme, le arcate sono rimaste le stesse, come lui che oggi compie novant'anni. Li porta benissimo: ha appena prodotto un libro su Hemingway con notizie inedite e tutte di prima mano, e ora, avendo egli stesso partecipato alla lotta per la liberazione con la brigata Osoppo, prepara una pubblicazione sulla guerra partigiana.
Il fatto è che per San Michele al Tagliamento le barchesse e il 'conte Gianfranco" costituiscono in simbiosi un indivisibile patrimonio culturale che va ben oltre i confini di comune, provincia e regione.
Come custode di memorie letterarie conserva testimonianze delle sue prozie Noemi e Jole Biaggini, la prima amica di Gabriele D'Annunzio, la seconda l'amore taciuto di Antonio Fogazzaro che a lei si ispirò per il personaggio di Jeanne in Piccolo mondo modernoe per Il santo. A questo proposito va ricordato che di quest'ultima Gianfranco Ivancich conserva le lettere che Antonio Fogazzaro le scrisse e che ora, trascritte dalla dottoressa Viviana Bertoldo, saranno pubblicate dall'Accademia Olimpica di Vicenza in occasione del centenario della morte dello scrittore.
Altre memorie ancora riguardano Filippo Tommaso Marinetti, Respighi, Toscanini, la famiglia Agnelli, ma nel salottino della villa a San Michele, accanto a un camino cinquecentesco che viene ancora fatto funzionare, una fotografia incorniciata ci mostra un Ivancich ancor giovane accanto ai suoi figli che ora lo festeggeranno con le loro famiglie per tre giorni: Carlo, Consuelo e una palpitante Irina, ridente quindicenne appena scesa dalla groppa del suo cavallo. Con loro un signore barbuto e severo che si chiama Ezra Pound. Fu anche quella una salda amicizia alla quale Ivancich dedicò un libro fotografico di grande successo negli Stati Uniti.
Ma per concludere, tornando alle sue mitiche prozie dannunziane e fogazzariane, sarà il caso di ricordare che esse avevano una sorella, Clotilde, che visse piú di cent'anni. A Giancarlo Ivancich auguriamo di cuore di assomigliare a loro.
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