L'uomo sopravvissuto alla fucilazione

Originario di Barrafranca (Enna), coniugato con un figlio – in seguito ne nasceranno altri quattro –, Francesco Aleo, 30 anni, militare, dopo l'8 settembre 1943 rifiuta di andare con i repubblichini di Salò e trova modo di occuparsi come contadino a Zoppola. Nell'estate 1944 diventa il partigiano "Sacco" della brigata unificata Ippolito Nievo. Aleo con l'arrivo dell'inverno va a lavorare per la Todt. È catturato a Tiezzo, il 4 gennaio 1945, e tradotto in carcere a Pordenone. Aleo subisce un simulacro di processo all'albergo Moderno, dove il tribunale tedesco lo condanna a morte.
Il 14 gennaio, giorno dell'esecuzione dei nove partigiani in via Montereale, Francesco Aleo, graziato, con altri ventisette prigionieri è trasferito nelle carceri di via Spalato a Udine. Destinato alla deportazione nel campo di Mauthausen, viene prelevato dalla sua cella il primo febbraio 1945, per essere fucilato al cimitero di Tarcento con altri sette prigionieri. Di questi, Cesare Longo, Giannino Putto e Callogero Zaffuto sono originari del Pordenonese. Sulla fucilazione ha lasciato una testimonianza scritta don Celso Gloazzo che, all'epoca arciprete a Tarcento, ha assistito i condannati. La sua testimonianza è stata raccolta nel saggio "Sedici partigiani condannati a morte" dello storico Luigi Raimondi Cominesi.
«Tolte le corde e le scarpe alle vittime – scrive don Celso – i soldati tedeschi inquadrati tornano alla loro caserma. Giungono cinque uomini di Tarcento, con due scale, per il trasporto nel cimitero delle salme. Portati via i primi due, si vede un uomo fuggire verso la collina di Segnacco. Sul terreno restano soltanto cinque salme. Che fare? I tedeschi sarebbero tornati per il controllo al momento della sepoltura. Si decide di aspettare 30 minuti per dar tempo al fuggitivo di salvarsi, se possibile, poi un uomo va ad avvertire i tedeschi». Aleo è scappato ferito, a piedi scalzi sulla neve – ricorda il figlio Giuseppe, emigrato in Germania –, ha raggiunto un torrente, dall'altra parte c'era una casa. Attraversato il corso d'acqua, alcune donne lo vedono e si mettono a gridare. Aleo ha la forza di dire loro di non urlare, perché era scappato dalla fucilazione. Lo fanno entrare, lo lavano e medicano. Francesco Aleo viene amorevolmente curato e nascosto in case amiche dal dottor Cossio di Tarcento. Una volta guarito, Aleo si aggrega ai partigiani locali.
Il presidente della repubblica Luigi Einaudi gli conferisce la medaglia di bronzo al valor militare il 18 dicembre 1948. Nel primo dopoguerra Aleo si trasferisce con la famiglia a Torino. Rientrato a Barrafranca, emigra di nuovo in Germania, dove muore il 25 settembre 1986. (s.c.)
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