L'antico mistero del Natisone

di MARIO MARTINIS

Il Natisone è stato un corso d'acqua molto importante fin dall'antichità, dato che, prima ancora di incidere profondamente sui gruppi umani che hanno vissuto lungo il suo percorso e di essere stato determinante per lo stesso uomo primitivo, esso ha cambiato anche corso, contribuendo a costruire e a modellare l'ambiente che noi possiamo osservare.
Gli storici e i geografi della regione friulana sono sempre stati appassionati, oltre che dal problema derivato dalla constatazione che il fiume Isonzo non appare col suo nome in nessun autore antico prima di Cassiodoro e della Tabula Peutingeriana, dal fatto che il Natisone, che attualmente confluisce nell'Isonzo con il Torre a oriente di Villa Vicentina, è descritto nei testi di geografia antica come un fiume che lambiva la città di Aquileia. Strabone scrive che il Natisone era navigabile a navi da carico dal mare alla città lungo un percorso di 60 stadi (cioè di Km. 10,656), mentre in Pomponio Mela appare che il fiume«toccava»Aquileia ( dein Natiso non longe a mare ditem attingit Aquilejam) e Plinio ci dice che vi «scorreva davanti» assieme al Torre ( Natiso cum Turro praefluentes Aquileiam coloniam). Erodiano, quindi, descrivendo l'assedio del 238 dopo Cristo, parla di un fluvium praeterfluere Aquilejamche offriva difesa di fossa e sussidio d'acqua, mentreAmmiano Marcellino, parlando dell'assedio del 361 dopo Cristo, annota che il Natisone scorreva a breve distanza dalla città ( disparatione brevi civitatem Natisone amne praeterlabente) e che proprio per questo gli assalitori, non trovando un luogo adatto a collocarvi macchine da guerra, costruirono delle torri di legno e le posero sulle navi legate a tre a tre, data la vicinanza delle acque del fiume. Lo stesso Tolomeo, parlando dei Carni, informa che questi erano situati nell'estremo arco del golfo adriatico, dove sfociano in mare il Tagliamento e il Natisone ( Natisonos potamon). Lo storico Jornandes (Jordanes), vissuto intorno alla metà del VI secolo, scrive che le acque del Natisone lambivano le mura della città dalla parte orientale.
Da queste pur generiche ma inequivocabili descrizioni idrografiche dei più importanti scrittori latini del tempo appare che le acque del Torre con quelle del Natisone scorrevano nei pressi di Aquileia e che, verosimilmente, venivano a far parte integrante del suo assetto urbano. Una situazione idrografica, dunque, completamente diversa da quella di oggi. Come si può spiegare allora la scomparsa della foce del Natisone e il mutamento del suo corso inferiore fino a confluire nell'Isonzo?
Secondo il Comel, in tempi successivi fu probabilmente la forte azione costruttiva del Torre mediante l'accumulo dei materiali depositati a spingerlo verso il Natisone ostacolando il suo normale deflusso e in seguito deviandolo (sicuramente a causa di una fortissima piena) verso oriente, sul territorio del Judrio, e quindi, incanalandosi per esso, il Torre e il Natisone raggiunsero poi l'Isonzo . Giandomenico Ciconi, a metà Ottocento, concludeva che molti fiumi e torrenti friulani andarono soggetti a notevoli mutamenti di corso sia per la grande quantità di pioggia che si scaricava sulle Alpi, disposte a semicerchio, sia per la rilevante pendenza del suolo fra esse e il mare, che accresce la violenza dei numerosi corsi d'acqua. E dopo aver parlato delle tendenze del Livenza, del Tagliamento e del Corno, trattava del Torre e del Natisone, ricordando come Plinio li avesse trovati scorrenti uniti presso Aquileia e quindi sboccanti al mare forse per l'alveo detto Natissa e per l'attiguo canale Anfora, mentre l'Isonzo sfociava in mare nel porto Cavana. Secondo il Ciconi, potrebbe essere stato il grande diluvio del novembre 589 – riportato anche da Paolo Diacono –, che procurò tante deviazioni di fiumi e devastazioni al territorio, a spingere l'Isonzo più a occidente e a raccogliere il Torre e il Natisone, che conseguentemente abbandonarono l'antico letto vicino ad Aquileia spostandosi più a levante. Seguendo l'articolata teoria di Paolo de Bizzarro, che nel 1904 in Idrografia del Friuli Orientalericostruiva le vicende del Natisone, seguendo anche le indicazioni dello Czornig, tra il Pleistocene (ultimo periodo dell'era Terziaria o Cenozoica, circa un milione e mezzo di anni fa) e il periodo delle grandi variazioni conclusesi con quella di Wurm (all'incirca 12mila anni fa) nel bacino dell' Isonzo esistevano due laghi, uno più a monte, che si estendeva da Caporetto a Tolmino, e l'altro più a valle, compreso tra Merna, Savogna e Gradisca. Nel bacino superiore, che nella zona di Tolmino avrebbe avuto la sua maggiore profondità, portavano le loro acque anche gli attuali alti corsi del Natisone e dell' Isonzo, oltre a molti altri torrenti, fr cui il Tolminca e l' Idria. Emissario di questo lago sarebbe stato il corso mediano del Natisone, che proseguiva la sua corsa fino al mare.
Il cambiamento traumatico della morfologia della zona sarebbe avvenuta in epoca recente, tra il 550 e il 600 dopo Cristo, molto probabilmente nel 589, in occasione del biblico nubifragio, narrato sia da Paolo Diacono nella sua Historia Langobardorum (L.III c.23)sia da Gregorio Magno nei Dialoghi (III 19), che imperversò nella parte nordorientale dell' Italia e che causò lo straripamento di tutti i fiumi e comportò anche la definitiva separazione del Tagliamento dal Livenza e la scomparsa di alcuni rami minori del grande fiume alpino. Così nella zona delle Prealpi Giulie si sarebbe verificata una colossale frana che, cadendo nel ramo più occidentale del lago, ne avrebbe ostruito l'antica uscita (dell'emissario Natisone). Bloccato l'unico emissario, il lago superiore avrebbe continuato ad alzarsi di livello fino a trovare un nuovo sbocco vicino all'attuale Santa Lucia d'Isonzo e la grande quantità d'acqua traboccata si sarebbe riversata nel lago inferiore facendolo tracimare, erodendo le sponde verso Gradisca e raggiungendo Torre e Natisone tra Campolongo e Ruda per poi dirigersi verso il mare.
Pur non sapendo quanto di vero e quanto di fantasioso contengano queste ipotesi, si può comunque capire che anche il Natisone ha una sua storiae che l'uomo insediatosi nel suo territorio fin dall'antichità si è inevitabilmente e necessariamente rapportato ad esso. Attraverso la storia, infatti, l'uomo e il fiume camminano insieme, vivono in stretta simbiosi, diventano i protagonisti della vita e della civiltà di un territorio. E così, oltre alle tante vicende che si sono susseguite in oltre duemila anni di storia, soprattutto l'antica metropoli di Aquileia deve il suo splendore anche al fiume azzurro che scende dalle Prealpi e che un tempo lambiva le sue possenti mura. Aquileia resistette per secoli all'impeto delle orde barbariche che premevano da Oriente e che volevano violarla per garantirsi un rapido accesso alle fertili terre e alle città della Pianura padana e proprio le acque del Natisone che assieme a quelle del Torre rifornivano i suoi abitanti furono vitali, allungando di molto l' assedio portato da Attila. Questi, almeno secondo la leggenda, dovette deviare il loro corso proprio per farla capitolare, tanto che Ammiano Marcellino riferisce che nell'assedio fatto da Nigrino ad Aquileja, «il Natisone fu sviato all'effetto di privare gli assediati d'acqua potabile, e durante l'assedio portato da Attila, prima di distruggerla, venne forse rinnovata una tale operazione, sforzando il Natisone al Torre riunito a sboccare nel Lisonzo».
Come accade spesso nei rimandi storici e letterari, la realtà viene mescolata alla leggenda e, pur fondandosi su fatti veri, viene poi manipolata, casualmente o intenzionalmente, e poi tramandata, non avendo a disposizione precisa documentazione e prove inconfutabili rimaste sepolte nel silenzio e nell'oscurità della storia.