"Operazione Vendetta" nei boschi di Tarvisio criminali nazisti giustiziati dalla Brigata ebraica

di MARCO DI BLAS

I boschi della Valcanale celano da oltre sessant'anni un segreto. Lungo le valli che si dipartono da Malborghetto, Camporosso, Tarvisio sono sepolti criminali nazisti giustiziati sommariamente da cellule della Brigata ebraica di stanza nella zona tra maggio e luglio del 1945, nell'ambito di un'operazione denominata 'Nakam", che nella lingua ebraica significa 'Vendetta". La loro ricerca, cattura e uccisione – con un colpo di pistola alla nuca o con un cappio al collo – costituisce un capitolo della storia della seconda guerra mondiale ancora non scritto, anzi rigorosamente taciuto per più di mezzo secolo.
Del resto, neppure la storia della Brigata ebraica è molto conosciuta, almeno dalle nostre parti. Non ne sa nulla l'Istituto friulano per la storia del movimento di liberazione. Non esistono studi in materia all'Università di Udine. L'Associazione Italia-Israele di Gorizia è ovviamente a conoscenza dell'esistenza della Brigata ebraica, ma solo per i combattimenti a cui prese parte in Emilia e Romagna, inquadrata nell'Ottava Armata britannica, lasciando sul campo 700 caduti.
In Friuli questa grande unità formata da volontari ebrei è transitata nel 1945 come un fantasma, apparentemente senza lasciare tracce. Ma dopo sessant'anni quelle tracce incominciano a riaffiorare. Un ampio articolo apparso sulla tedesca Die Zeit. Poi un documentario trasmesso, sempre in Germania, dall'emittente televisiva Zdf.
La svolta arriva con il libro di Howard Blum
La brigata. Una storia di guerra, di vendetta e di redenzione, edito in Italia dal Saggiatore nel 2005. E nello stesso anno arriva in Friuli il colonnello Jonathan Pelz, ex ufficiale della Brigata ebraica, che per la prima volta ne parla al Circolo ufficiali di Udine e a Tarvisio. Pelz riferisce non soltanto sulle operazioni militari della brigata, ma accenna anche «all' Operazione Vendettanei confronti di criminali nazisti nascosti in Carinzia».
Su questi episodi interviene ora un protagonista dall' Operazione Nakam, forse l'ultimo ancora in vita, che per la prima volta dopo 64 anni ritorna nei luoghi che lo videro giovane soldato della Brigata ebraica e rivela che le esecuzioni ebbero luogo non in Carinzia, ma proprio nel Tarvisiano, dove tuttora sono sepolti i corpi degli ex nazisti giustiziati.
Si chiama Chaim Miller, è nato 88 anni fa a Vienna e ora vive in un kibbutz nelle vicinanze di Gerusalemme. Lo abbiamo incontrato a Villaco, dove ha soggiornato in questi giorni, per rivisitare i luoghi dell' Operazione Nakam e renderli per la prima volta pubblici davanti all'obiettivo di una troupe televisiva (il documentario che ne deriverà sarà trasmesso dall'Orf e messo a disposizione di altre emittenti europee). La sua è una storia inedita, fino a ieri taciuta persino in famiglia. Ora invece ne parla senza esitazione, con voce robusta e giovanile. Soltanto l'udito un po' debole tradisce l'età avanzata.
Perché dunque l'
Operazione Nakam? Perché la vendetta?
«Tarvisio – risponde – era diventata allora un punto di transito di migliaia di ebrei, che fuggivano da ogni angolo d'Europa per raggiungere il Mediterraneo e poi la Palestina. Noi li vedevamo passare e apprendevamo da loro le atrocità subite. Già in Palestina avevamo avuto notizia delle persecuzioni naziste, ma la realtà che ci veniva riferita da questa gente in fuga superava ogni immaginazione. L'idea di fargliela pagare è nata da questa esperienza. E dalla constatazione che le autorità britanniche, che presidiavano la Carinzia, non muovevano un dito per punire i nazisti che si erano macchiati dei crimini».
L' Operazione Nakam si sviluppa attraverso la formazione, all'interno della Brigata ebraica, di cellule di 8-10 persone, che agiscono indipendentemente l'una dall'altra in tutta la Carinzia, fino al Tirolo orientale (Lienz) da una parte, ma anche fino a Vienna dall'altra.
La testimonianza di Chaim Miller si limita al suo gruppo, perché degli altri non ha informazioni certe, proprio per la segretezza dell'operazione: «Ricevevamo indicazioni sulla presenza di ex nazisti dai partigiani jugoslavi. Di giorno facevamo sopralluoghi per localizzare le persone. La nostra uniforme britannica (distinta soltanto dalla stella di Davide su una manica,
ndr) ci consentiva di attraversare il confine di Coccau e di muoverci liberamente».
La cattura delle persone accusate di crimini avveniva però sempre all'imbrunire: «Bussavamo alla porta, presentandoci come polizia militare. Invitavamo le persone ricercate a seguirci al comando per essere interrogate, ma anziché al comando le portavamo in Italia, dove potevamo agire senza problemi. Raggiungevamo una baita in un bosco tra Tarvisio e Malborghetto, dove la persona fermata veniva interrogata da altri membri della cellula. Se le accuse nei suoi confronti trovavano conferma, lo si fucilava sul posto, seppellendolo in una fossa che prima lo avevamo costretto a scavare».
Miller non ha dubbi – come non ne aveva allora – che quell'esecuzione fosse giustificata e non teme che le vittime, in quello stato di costrizione e di paura, potessero aver ammesso anche colpe non loro. A controprova menziona il caso di un sospettato lasciato libero dopo l'interrogatorio, perché le accuse nei suoi confronti non erano parse sufficientemente provate.
Quante esecuzioni sono avvenute nel Tarvisiano nell'ambito dell'
Operazione Nakam? Miller personalmente ha partecipato a una decina. Non sa dire nulla dell'operato delle altre cellule, ma, considerando il numero delle persone coinvolte e la breve permanenza a Tarvisio della Brigata ebraica (trasferita nell'estate 1945 in Belgio e Olanda), ritiene che il numero complessivo di nazisti eliminati sia inferiore a cento (ma il colonnello Pelz, in occasione della sua venuta in Friuli quattro anni fa, aveva parlato di 124 esecuzioni).
Il velo di silenzio su questo tragico capitolo è stato appena sollevato. Ma le rivelazioni di Chaim Miller potranno essere di stimolo a ulteriori ricerche negli archivi britannici e israeliani per fare piena luce sugli accadimenti di 64 anni fa. Se non altro perché ora sappiamo che le vittime di quelle esecuzioni riposano ancora in terra italiana.