Benardelli, l'artista che esaltò i paesaggi

Oggi, 12 aprile, sono trascorsi 150 anni dalla morte di Giovanni Battista Benardelli: si tratta di un componente, probabilmente il più illustre, della famiglia approdata a Gorizia prima, e a Cormòns successivamente, nel secolo XVII, proveniente dalla Lombardia orientale, e qui propagatasi per due principali rami (quello giuliano e quello istriano, con diramazioni ai giorni nostri in Lombardia e Lazio), che oramai conta con pochi discendenti, ma che per qualche secolo fu esponente di quel notabilato di proprietari terrieri e professionisti che diedero lustro alla provincia.
Figlio di Giuseppe Domenico Andrea e di Maria Cont, Giovanni Battista Gaspare Domenico Benardelli nacque il 3 febbraio 1819 a Cormòns e, dopo avere trascorso l'infanzia e l'adolescenza nel paese natìo, studiò pittura a Graz e all'Accademia di belle arti di Vienna. Rampollo di una famiglia numerosa e benestante, Titta si accordò con il fratello Domenico per l'eredità paterna e si fece consegnare una rendita annuale di 125 napoleoni d'oro (pari a 1.000 fiorini di allora), compiendo nel 1845 una sorta di Grand tour all'inversa, cioè viaggiando per l'Austria, gli Stati tedeschi (Monaco di Baviera e Düsseldorf) e Belgio (Anversa) per studiarne la pittura e approfondirne le tecniche. Dopo due anni di viaggi in Italia, in cui giunse fino a Napoli (dove probabilmente entrò in contatto con Gabriele Smargiassi), tornò a Cormòns (dove eseguì affreschi nella casa natale, purtroppo deturpati, che pare rappresentassero alcune maschere mitologiche romane) da dove, nel 1851, ripartì per Parigi, dove trasferì la propria residenza fino al 1854. Qui disegnò e fece litografare 10 acqueforti, che probabilmente sono 20, di cui quelle esistenti si trovano al Museo di Udine, nella Raccolta 'Angelo Davoli" di Reggio Emilia, nella Raccolta 'Bertarelli" di Milano e in collezioni private (quali Giovanni Battista Panzera a Cormòns, che ne fece 200 copie nel 1985, quando ricopriva la carica di assessore alla Cultura).
Fin dall'inizio l'opera di Titta manifesta una dualità: da un lato le incisioni ad acquaforte e dall'altro i dipinti di carattere paesaggistico, mentre è scarna la ritrattistica, riservata soltanto agli intimi. La svolta decisiva per la maturazione del suo stile è però costituita dall'incontro con Parigi, dove ebbe modo di conoscere in profondità l'opera dei classici olandesi, e non tanto con l'arte quanto con i colori dei boschi e degli alberi, motivi che ricorrono sempre nelle sue opere.
I paesaggi di Titta sono infatti idealizzati e caratterizzati dal tratto realistico di piante e figure umane, dalla luce indiretta e tenue, materialità del colore che peraltro sfuma nelle figure minute in uno sfondo naturalistico, dal gioco fra luci e ombre, con un pretesto realistico diluito in una visione idilliaca d'intonazione arcadica, e il tema ricorrente del 'viandante solitario", in mezzo a squarci boscosi, con torrenti e rocce. In Titta il paesaggio è il luogo dell'anima, e la natura è la vera protagonista, simbolo dell'esistenza, con le figure umane (mai definite con precisione) quasi sempre a cavallo, che raffigurano l'evanescenza dell'essere che fa parte di un disegno che lo sovrasta, molto più immenso, e sempre ombroso.
Ai paesaggi di Titta (Castello nella foresta, Cavalcata nel bosco, Incontro, Paesaggio laziale, Paesaggi vari) si affiancano pochi ritratti meno appariscenti, caratterizzati da una visione intimistica e affettiva, in cui i particolari del volto raffigurano lo spirito e diventano introspettivi, psicologici, suggerendo la personalità del soggetto.
Di Titta si conserva soltanto un autoritratto fotografico, attualmente negli archivi dei Musei civici di Udine, che lo ritrae stanco e precocemente invecchiato, già minato dal male che lo condurrà tre anni dopo alla tomba. Delle altre fotografie, purtroppo, non resta traccia. Titta visse gli ultimi anni della sua vita, colpito da sifilide, a Udine (dove ebbe modo di affrescare i saloni di palazzo Gallici-Strassoldo e palazzo Mangilli-Del Torso, affreschi che furono deturpati durante le due guerre mondiali) e a Trieste, in via dell'Acquedotto, fino alla sua morte, il 12 aprile 1858.