Da operaia a signora del caffè Tomaso

di MARIO BLASONI

Strategicamente posto tra via Prefettura e i giardini Ricasoli, «incorporato» in quella che fino a tre anni fa era la sede della Questura, da un lato ha di fronte le Poste e dall'altro la Provincia: il Caffè Tomaso, carico di storia plurisecolare, potrebbe a buon diritto chiamarsi «il ritrovo delle istituzioni». Qui ha concluso, pochi mesi fa, la sua quasi giubilare attività (45 anni!) dietro il bancone la signora Luisa Munini, che a Udine è stata titolare, col marito Renato Sabbadini prematuramente mancato nel 1977, prima che del Tomaso, anche della trattoria 'Al cavallo" di viale Vat.
Ma tutto è cominciato nel 1960 con la prima attività di esercente nella natia Caporiacco dove la coppia, fresca di fiori d'arancio, ha avviato la prima trattoria. Nata nel 1937 in una famiglia di contadini, «Luisa dal Muini» (così chiamata perchè il padre Tarcisio, e prima ancora il nonno Luigi, facevano i sacrestani) non ha avuto, fin dall'adolescenza, vita facile. La morte precoce del padre («avevo appena 9 mesi») l'ha costretta prestissimno ad aiutare in casa e a 13 anni ad andare a lavorare in filanda a Mels di Colloredo, «a piedi, con gli scarponi del nonno, dopo aver munto le mucche». Due anni dopo, nuovo lavoro nelle fornaci di Sant'Eliseo di Maiano. Ma allo stesso tempo ha frequentato, dalle suore a Fagagna, i corsi di maestra d'asilo e per cinque anni ha insegnato ai piccoli di Caporiacco. E nel 1960 si è sposata con Renato, detto Tato, compaesano, classe 1923 con già alle spalle alcuni anni di lavoro all'estero. Sua l'idea di rilevare la trattoria Narduzzi: «Io ero incerta, senza alcuna esperienza...» Le è stata utile consigliera la signora Anna Narduzzi. Così è nata la trattoria Da Tato, specializzata in selvaggina, goulash «e poi di tutto: veniva anche gente da Udine, oltre che dai paesi vicini...». Ma a Caporiacco erano in affitto, così nel 1968 sono approdati a Udine, dove sono riusciti ad acquisire la licenza del Cavallo in viale Vat. Altro tipo di lavoro: «Operai, camionisti. Abbiamo fatto lavori, allestito due campi di bocce». Nel 1971 è nato il loro figlio Andrea, ma Tato (Renato) ha cominciato a stare poco bene e all'inizio del 1972 la coppia ha lasciato viale Vat. «Di quel locale ormai scomparso (è stato demolito qualche anno fa), mi resta un bel ricordo: un cavallo rampante dipinto da Otto d'Angelo, l'artista di San Vito di Fagagna e amico carissimo, che a Caporiacco ci aveva dedicato un'altra opera, La cacciatrice».
Senza perdersi d'animo, Luisa ha lavorato saltuariamente per qualche mese in vari ristoranti, poi è arrivata – tramite un'amica commercialista – l'occasione del Caffè Tomaso. La titolare era Adolfa Rainis, carnica, nubile, già dipendente del fondatore del locale, Tommaso Cucchini, che l'aveva assunta giovanissima lasciandole l'esercizio in eredità. E lei, dopo quasi cinquant'anni, aveva deciso di ritirarsi. «Devo dire che il Caffè Tomaso non mi fece una grande impressione: un po' tetro, odore di chiuso... Non mi farai andare in quella caserma, dissi a mio marito che invece era favorevole. Accettammo (l'inaugurazione avvenne il 30 dicembre 1972) e fu la nostra fortuna.» Cucchini è ricordato da una maxifoto che campeggia nel locale, datata 21 dicembre 1911.
Ma la storia del Caffè Tomaso (con una sola emme per un errore di trascrizione, poi consolidato) e del palazzo che lo ospita risale a tempi ben più remoti. L'ha scritta, nel 2002, il dottor Alberto Travain, studioso di vicende udinesi, per fare un omaggio alla famiglia Munini-Sabbadini nel trentennale della loro gestione. Un primo Caffè Tommaso esisteva, già alla metà dell'800, sotto i portici dell'attuale via Vittorio Veneto. Era gestito da un certo Tommaso Bricito, omonimo dell'arcivescovo Zaccaria, e aveva un padiglione all'aperto del quale esiste un disegno che porta la data 31 marzo 1855. Ben più antica è la storia della sede dell'ex questura. Nel 1662 l'area venne acquistata dai padri Filippini, che costruirono la chiesa dove oggi ci sono le Poste, ma anche nei secoli precedenti, fin dal tempo del patriarca Bertrando (1334-1350), si hanno notizie di proprietari (famiglie Zucco, Corbelli, Colloredo) in quella stessa zona. Nel 1810, con le leggi napoleoniche, venne soppressa la congregazione dei Filippini e nei locali dove oggi si trova il Caffè Tomaso l'anno successivo venne insediata la prefettura del Regno italico. Tornati gli austriaci, nel 1845 si installò una Delegazione del Lombardo-Veneto e, finalmente, nel 1866 la prefettura italiana (che nel 1923 si trasferì nel palazzo costruito all'angolo di via Piave lasciando così nell'antico edificio soltanto la questura). Parallela è la storia dei giardini lungo la roggia, antico orto dei Colloredo, poi dei Filippini, passati poi al Comune che dopo il 1866 li adibì a giardini pubblici, intitolandoli all'uomo politico toscano Bettino Ricasoli. Nella sua storia secolare il Caffè Tomaso, che Travain definisce «cuore pulsante popolare e intellettuale, e in qualche modo propulsivo, della città», è stato ritrovo di scrittori, poeti, artisti e patrioti: da Romeo Battistig a Emilio Nardini, da Spartaco Muratti a Eugenio Pignat. E di giornalisti impegnati nei «giri» nelle vicine sedi istituzionali: da Riccardo Filipponi a Gianmaria Cojutti, da Isi Benini a Paolo Schinko, fino ai cronisti dei giorni nostri. Dal 1972, dunque, i coniugi Sabbadini hanno rilanciato il locale, puntando sull'osteria-tavola calda e solo dal '96 sulla ristorazione completa. «Ci siamo trovati – assieme ai nostri vicini della trattoria Al Chianti – al centro di una zona piena di uffici, punto d'incontro e di brevi relax per postini, questurini, impiegati della Prefettura e della Provincia, militari del Distretto. Al tempo del terremoto, poi, il Caffè Tomaso era una specie di quartier generale, un viavai di personaggi: il questore Festa, il prefetto Spaziante, il commissario Zamberletti. Veniva spesso anche l'avvocato Prisco di Milano, quello dell'Inter e degli alpini... Nel giardino c'erano le tende della polizia. In certi periodi tenevamo aperto giorno e notte».
Purtroppo Renato Sabbadini, da tempo malato, ha retto solo cinque anni, ma la signora ha tenuto duro e dal 1990 è stata affiancata dal figlio. Diplomato in ragioneria, Andrea Sabbadini ha dato al Tomaso un'impronta giovanile, organizzando feste all'insegna del frico o degli gnocchi e serate di musica e cabaret. Da qualche mese, dopo che la mamma ha lasciato, lavora al Contarena. Ma ha tanti sogni nel cassetto. L'anno scorso, il 29 aprile, Luisa Munini ha compiuto – tra Colloredo, viale Vat e via Prefettura – 45 anni al banco di lavoro. Qualche mese dopo, alle prese anche lei con problemi di salute, ha ceduto in affitto il Tomaso a una giovane coppia udinese, Andrea e Barbara Del Gobbo, e si è ritirata nell'appartamento di viale Leonardo dove abita col figlio. E adesso? «Finalmente mi godo la casa, curo i fiori e mi dedico alle letture».