I Borbone esuli a Gorizia naufraghi di eventi epocali

A Gorizia, nel palazzo Coronini Cronberg, commovente sacrario è la camera in cui il 6 novembre 1836 spirò il re di Francia Carlo X di Borbone, esiliato in seguito ai moti parigini del 1830. Rifugiatosi in Scozia e poi a Praga, diciassette giorni prima della morte era giunto nel mite e tranquillo capoluogo isontino. Lo stroncò il colera. Le finestre della stanza inquadrano, oltre al vasto parco e al panorama urbano, la veduta di Castagnavizza, dove il Convento dei Francescani custodisce le spoglie sue e dei familiari. Durante le passeggiate, nel breve periodo in cui le condizioni di salute ancora glielo permettevano, il re si era innamorato di quell'oasi di pace. Dal letto della malattia vagava lo sguardo verso la collina scelta quale ultima dimora. BRLe dimensioni modeste di palazzo Coronini Cronberg avevano indotto il resto della piccola corte a sistemarsi a palazzo Strassoldo, in piazza Sant'Antonio. Ricevimenti venivano dati anche nell'antistante palazzo Lantieri-Levetzow. Per festeggiare i 18 anni del nipote, Enrico duca di Bordeaux e conte di Chambord, nel giardino furono piantate una vite e un rosaio. Ancor oggi, la vite produce un'uva dolcisSima e le 'roselline di Chambord" vengono offerte dalla baronessa Lantieri agli eredi dei Borboni e alla delegazione dell'Associazione militare della Vandea, che ogni due anni rendono omaggio alla tomba regale.BRSul mesto tramonto della dinastia è stato pubblicato dalla Libreria Editrice Goriziana il volume di Jean Paul Bled, docente alla Sorbona, nella traduzione di Luciano Zagabria, /I/BBL'esilio dei Gigli – I Borboni di Francia e di Spagna a Gorizia e a Trieste. Una ricostruzione intricata e complessa, fondata sulla disamina di memoriali e documenti d'archivio, ravvivata da una labirintica drammatizzazione narrativa. Un affresco tramato di luci e d'ombre, affollato di personaggi maschili e femminili analizzati nelle contrastanti psicologie, nelle vane illusioni di rivalsa dettate da cieca incomprensione per i tempi nuovi. Un grande palcoscenico della storia inquadrato da dietro le quinte della vita quotidiana, sullo sfondo di una piccola città appartata, lontana dai centri di potere, elegantemente provinciale, 'travolta" dal gran spettacolo dei reali naufraghi da rivolgimenti epocali. Elegia lucida della decadenza di un'epoca, cui la rarefatta atmosfera goriziana conferisce una sorta di aura fiabesca, quasi irreale. Sono immaginabili lo sbigottimento e la curiosità con cui la società locale guardò alla 'strana" venuta, in quell'appendice estrema dell'impero asburgico, degli ultimi superstiti della rivoluzione giacobina che aveva incendiato l'Europa.BRCarlo X era infatti fratello di Luigi XVI, giustiziato su sentenza della Convenzione capeggiata da Robespierre e Saint Just. La nuora Maria Teresa Carlotta, andata in sposa a Luigi Antonio, duca d'Angoulême, era figlia di Luigi XVI e di Maria Antonietta; con loro aveva subito l'umiliazione della prigionia; aveva visto il fratello strappato dalle braccia della madre, i genitori e la zia Elisabetta condotti al patibolo; tragedie che l'avevano chiusa in una tragica solitudine, accentuata dal temperamento debole del marito. Componevano inoltre il gruppo rifugiatosi a Gorizia Enrico Carlo Ferdinando Maria Deodato di Chambord, figlio di Carlo Ferdinando secondogenito del sovrano, assassinato nel 1820, e la sorella di Enrico, Maria Luisa di Borbone, che nel 1854, alla morte del marito, sarebbe divenuta reggente del ducato di Parma e Piacenza.BRTutto comincia il 25 luglio 1830 quando, alla vittoria dell'opposizione liberale, Carlo X, per tentar di riprendere il controllo della situazione, emette quattro ordinanze che provocano la rivolta; inutilmente abdica in favore del nipote, designato con il nome di Enrico V. Il nuovo potere insediato a Parigi porta sul trono Luigi Filippo d'Orléans. I Borboni lasciano la Francia accompagnati da una schiera di fedelissimi. Prima tappa dell'esilio è il castello di Holyrood, vicino a Edimburgo. Da qui il provvisorio trasferimento nel castello di Praga.BRCon l'esilio si manifestano le prime tensioni all'interno della famiglia. Carlo X mantiene, almeno nominalmente, l'autorità. A settantatre anni ha ancora una figura agile, slanciata. Sopravvissuto all'/I/BBAncien régime, sopporta con stoicismo le prove che lo prostrano e guarda scettico all'agitarsi di quanti, intorno a lui, sognano complotti in vista di una nuova restaurazione. Né maggior decisione mostra il figlio, Luigi Antonio d'Angoulême.BREnergica, invece, determinata da una focosità mediterranea derivante dall'origine partenopea (in quanto figlia di Francesco, futuro re di Napoli) si dimostra Maria Carolina duchessa di Berry, madre di Enrico, di cui difende strenuamente il diritto di successione. Lontana dal lasciarsi vincere dall'abbattimento del suocero, rifiuta di arrendersi; parte per l'esilio vestita da uomo e armata di pistole alla cintura. Superando la contrarietà di Carlo riesce, nel 1832, a ottenerne il consenso per l'insurrezione in Provenza e in Vandea, che si conclude disastrosamente. Nascosta a Nantes, la duchessa prosegue la lotta. Il 6 novembre è scoperta, arrestata e rinchiusa nella fortezza di Blaye. Qui partorisce una figlia, nata dal matrimonio segreto con un nobile napoletano, il conte Lucchesi-Palli. Smarrimento, sorpresa, rabbia dei Borboni. Rimessa in libertà da Luigi Filippo d'Orléans, rientra a Napoli ed è esclusa dalla partecipazione ai festeggiamenti per il tredicesimo compleanno del figlio, a favore del quale continua peraltro a battersi. Vivrà a Graz, a Venezia, in Svizzera e terminerà i suoi giorni a Brunsee, in Stiria.BRLa sistemazione temporanea a Praga dura cinque anni. Nella primavera del 1836 i Gigli di Francia vengono fatti sloggiare. Il castello di Hradcany deve ospitare la cerimonia d'incoronazione del nuovo imperatore d'Austria, Ferdinando, a re di Boemia. Si cerca una sistemazione definitiva e la scelta cade su Gorizia, per la salubrità della sua atmosfera e delle sue acque. Buona tra l'altro – si spera vanamente – quale rifugio dall'epidemia di colera che infuria nelle province centrali dell'impero. I rapporti degli osservatori inviati in avanscoperta danno giudizi contrastanti sulla cittadina, circondata da aride colline, che sembra essere in capo al mondo, una popolazione in generale brutta e sporca, case orribili, vie mal lastricate che, come serpenti, si avvolgono su se stesse, comunica il visconte de La Rochefoucauld. Gorizia è incantevole – osserva invece il conte de Coustines – ha allo stesso tempo l'eleganza italiana e la pulizia tedesca; gli abitanti sono buoni e affabili.BRIl primo, spettacolare seppur macabro incontro dei goriziani con la corte è offerto dai funerali di Carlo X. Principi incolonnati secondo l'ordine gerarchico dietro al feretro, picchetto d'onore dell'esercito imperiale, cattedrale gremita d'autorità giunte anche da Vienna, nobili della regione, ordini religiosi, popolo ammirato da tanta barocca magnificenza e gratificato dalla decisione di Carlo di aver scelto per l'esilio il capoluogo isontino.BRSvanito il cordoglio ufficiale, si riaccende la disputa sulla teorica successione al trono. Il duca d'Angoulême assume in pubblico il titolo di Luigi XIX, ma in privato rimane il conte di Marnes; non è nelle sue intenzioni usurpare i diritti del nipote Enrico; del resto, pallido e tentennante, non aveva né prestigio, né /I/BBphisique du role. In Europa nessuno lo prende sul serio, sebbene in gioventù avesse cercato di contrastare la marcia su Parigi di Napoleone fuggito dall'Elba e nel 1823 fosse stato a capo della spedizione francese in Spagna per reprimere l'insurrezione liberale. Ora si accontenta di assistere ogni mattina in duomo, con la moglie, alla prima messa e da solo si reca a Castgnevizza in raccoglimento sulla tomba del padre; colazione alle dieci, udienze nel pomeriggio, passeggiata, cena frugale e la sera malinconici ricevimenti mondani cui sono invitati i francesi dell'esilio e stranieri residenti in zona.BRCon il passare degli anni i fedelissimi di Carlo X lasciano la scena; rientrano in patria o terminano i loro giorni nel sacrario di Castagnavizza. Minato da cecità e malattie il povero Luigi Antonio muore ai primi del giugno 1844. Le esequie rinnovano a Gorizia il fasto funebre di otto anni prima. Maria Teresa Carlotta, trovando penoso continuare a vivere nei luoghi legati al ricordo dello sposo, si trasferisce in Bassa Austria, nella tenuta di Frohsdorf.BRIntanto prosegue la formazione di Enrico di Chambord. Le sue giornate sono scandite da rigorosi impegni educativi. La Rochefoucauld lo descrive come un bell'adolescente dalla fisionomia piena d'intelligenza, degno in ogni cosa degli alti destini legati a condizione e nascita. Per Stendahl ha un'aria molto buona, molto dolce. Numerosi i viaggi: in Italia, Baviera, Sassonia, Gran Bretagna, Romania. A Verona incontra Radetzky; a Milano visita Alessandro Manzoni; a Roma ritrova la madre, è conteso dalla nobiltà papalina e ricevuto dal pontefice Gregorio XVI; nel Banato di Timisoara avvicina i connazionali stabilitisi in quella regione ai tempi di Maria Antonietta. Lo controlla Metternich, preoccupato delle ricadute negative sulla diplomazia austriaca; il governo francese non digerisce un paventato revival del sogno legittimista. Durante gli anni di Frohsdorf Chambord ritorna a Gorizia nel 1851, per la morte della duchessa d'Angouleme, e nel 1864, per i funerali della sorella Luisa. Passa l'inverno, insieme a Maria Carolina di Berry, a Venezia, dove ha acquistato un palazzo sul Canal Grande, ma dopo l'annessione della città Serenissima all'Italia sceglie di nuovo il capoluogo isontino per sfuggire ai rigori della cattiva stagione; ha contatti regolari con il ramo carlista dei Borboni di Spagna che alla fine di una lunga guerra civile sono a loro volta costretti all'esilio: Francia, Austria, Torino, Venezia e infine Trieste; la duchessa di Berry mette a loro disposizione un palazzo in via del Lazzaretto Vecchio.BRLe chiusure mentali, il rigido e velleitario conservatorismo, impediscono a Enrico – che ha sposato Maria Teresa degli Asburgo d'Este, duchessa di Modena, imparentata con i carlisti iberici – di cogliere i segni della storia e di approfittare dei tentativi di dargli la corona. Una prima occasione sfugge nel 1848, alla caduta della monarchia orléanista.BRIl vero suicidio politico avviene tra il 1871, alla disfatta del Secondo impero di Napoleone III, e il 1873. Mentre si delinea una possibilità d'accordo con gli Orléans e l'assemblea parlamentare, in maggioranza monarchica, si appresta a richiamarlo, il rifiuto di Enrico di abbandonare la bianca bandiera gigliata dei Borboni per il tricolore, rinunciando così all'assolutismo per una monarchia parlamentare fondata sulla sovranità popolare, determina il fallimento del progetto. Ritiratosi a Frohsdorf, Chambord muore il 24 agosto 1883. Il 3 settembre il feretro è accolto con grandi onori alla stazione ferroviaria di Gorizia. Un lunghissimo corteo accompagna silenziosamente l'ultimo viaggio per le vie della città, tutta pavesata a lutto, tra fitte ali di folla; ogni dieci metri un soldato presenta le armi. Dopo il principe arcivescovo e la carrozza con le insegne reali appare il carro funebre tirato da sei giumente bianche impennacchiate, coperte di gualdrappe nere ornate di gigli d'argento; lo scortano sei servitori con lanterne accese; la bara è avvolta da un vessillo bianco, reliquia della guerra di Vandea. Dietro il carro avanza il principe di Torre e Tasso in alta uniforme bianca e oro; vengono poi i principi e i rappresentanti delle potenze europee. Mentre le campane delle chiese suonano a stormo, sulla salita di Castagnavizza si uniscono al corteo dame d'onore, principesse, gentiluomini di corte, zuavi pontifici, deputazioni francesi, autorità austriache e il popolo di Gorizia. Tra le immense corone di fiori spiccano quelle della coppia imperiale asburgica. Nella cripta del convento francescano scendono, con i resti del re senza trono, le ultime ombre di un regime antico.BRTralucono queste ombre dalle foto color seppia – provenienti per la gran parte dalle collezioni di Oscar de Incontera – che nell'impaginazione del volume fissano gesti e atteggiamenti, ormai senza tempo, di protagonisti e comprimari della romantica tragedia. Sullo studioso triestino di lontane origini ispaniche e sui suoi rapporti con i Borboni è pubblicato in appendice un saggio di Antonio Giusa. Le tavole sinottiche di Lucia Pillon collegano le vicende della famiglia reale ai coevi avvenimenti politici, socio-economici, scientifici e tecnici nella Venezia Giulia e nel resto d'Europa.BR