Senza qualità della scuola non c'è futuro per il paese

«L'Italia è un paese sempre più diseguale, la scuola è la prima responsabile di questa inquietante condizione». La denuncia, molto netta, arriva dall'Osservatorio sulle politiche educative dell'Eurispes, che a vent'anni esatti dalla pubblicazione del primo Rapporto, ha avviato una nuova indagine sul mondo della Scuola e dell'Università. «I segnali che registriamo» ha commentato il presidente Eurispes Gian Maria Fara «non sono confortanti. Già in un Rapporto Italia del 1999 avevamo evidenziato l'esiguità degli investimenti: solo il 5,5% del PIL era la quota destinata all'istruzione e lo 0,7% del PIL alla ricerca. Oggi stiamo persino peggio: l'Italia spende, infatti, ancora meno: per l'istruzione il 4% e si ferma allo 0,5% sul versante della ricerca. Rimangono, per altro, scarse le competenze dei nostri giovani nelle lingue straniere e nelle discipline Stem, che coprono quell'area dei saperi tecnico -scientifici che sono i più richiesti dal mercato».Come se non bastasse l'educazione alle nuove tecnologie latita, l'alfabetizzazione informatica è appannaggio di una ristretta élite con un disallineamento tra domanda e offerta che continua ad alimentare i numeri della disoccupazione e la fascia dei Neet, piccolo esercito di chi non ha lavoro e non si impegna a cercarlo, rispetto a cui il nostro paese continua a vantare un primato a livello europeo. «Quello che non abbiamo compreso» è l'analisi di Mario Caligiuri, direttore dell'Osservatorio Eurispes «è la profonda mutazione antropologica contemporanea: gli studenti vivono ormai una dimensione ibridata, dove la realtà fisica e il mondo virtuale si intrecciano e il rapporto uomo-macchina è quasi simbiotico. Non si può pensare di affrontare l'universo di cambiamenti così radicale con vecchi metodi educativi e formativi».«Per essere all'altezza della prova bisognerà attenersi ai numeri» spiega Roberto Ricci, presidente dell'Invalsi «Il 9,7% degli studenti ha terminato la scuola secondaria di secondo grado in condizione di forte fragilità. Le regioni più in difficoltà sono la Campania (19%), la Sardegna (18%), seguite da Calabria e Sicilia (16%). Se guardiamo la quota di studenti virtuosa che termina la scuola secondaria con risultati buoni, che è pari a circa il 13% per cento del totale nazionale, in regioni quali Veneto, Emilia Romagna, Lombardia, Friuli Venezia Giulia presenta percentuali superiori attestandosi a circa il 20%, per poi precipitare al 5% in Calabria, Sicilia e Sardegna».Le cifre della dispersione scolastica che al Sud è di 8-10 volte superiore rispetto al resto della penisola, danno l'esatta misura di un contrasto intollerabile. Ma il dato più allarmante - ricordato dal Direttore dello Svimez Luca Bianchi - è quello legato al tempo pieno: nel Mezzogiorno solo il 18% eccede al tempo pieno rispetto al 50% dei loro coetanei che vivono a nord. Il risultato è che in un ciclo scolastico di 5 anni gli alunni di Molise e Sicilia perdono 1000 ore, in pratica perdono un anno intero di studi».Pensare di colmare il divario Nord e Sud considerando che il sapere si traduce in capitale sociale e che, come ci ha insegnato Robert Putnam, il capitale sociale è il primo motore della crescita, appare a queste condizioni impossibile. La politica dovrà partire dalla centralità del sapere, per rileggere la questione meridionale e affrontare con razionalità quella riforma del sistema scolastico di cui il paese ha un forte e improrogabile bisogno. --© RIPRODUZIONE RISERVATA