La corsa

il casoFrancesco MoscatelliINVIATO A CAMPOGALLIANO (MO)«Sentire evocare lo scioglimento del Pd mi colpisce nel profondo. Non accetto che si resti paralizzati sotto i colpi della destra, di questa destra, che governa, o delle altre opposizioni che tentano di dilaniarci. Se permettete, cosa vogliamo o dobbiamo fare lo decidiamo noi». Per ufficializzare la sua corsa a segretario del Pd il presidente dell'Emilia-Romagna Stefano Bonaccini sceglie l'ex chiesa sconsacrata di Campogalliano che si affaccia sulla piazza in cui ha vissuto i primi cinque anni della sua vita e il locale circolo del partito, quello in cui c'è ancora appeso il volantino della sua prima candidatura a consigliere comunale per il Pci nel 1990. Si presenta alle 11.30, non prima di aver inaugurato un campo sportivo a San Felice sul Panaro (ha annunciato che continuerà a fare il governatore fino al termine del mandato), con il doppiopetto e gli occhialoni a goccia che ormai sono il suo marchio di fabbrica e con il discorso stampato su cinque fogli A4. «Dobbiamo tornare a essere un partito da combattimento». «Se ce l'hanno fatta Meloni e Salvini partendo da partiti con il 4% possiamo farcela anche noi». Bonaccini parla di orgoglio e valori, ma anche di una nuova agenda incentrata su diritti, sanità, scuola, lavoro e sviluppo sostenibile e della capacità di comunicarla perché «dobbiamo ritrovare anche la semplicità del messaggio per dire chi siamo, chi vogliamo rappresentare e quale idea di società abbiamo. Un militante di destra o del M5S impiega due secondi, a noi a volte non bastano 20 minuti». Cita Francesco De Gregori per cui «l'importante è non perdersi mai» e un po' si commuove ascoltando «Eppure soffia» di Pierangelo Bertoli, scelta come colonna sonora.Alle sue spalle ci sono le bandiere del Pd, quella dell'Unione europea e quella arcobaleno. Un messaggio chiaro sulla centralità del partito e sui suoi punti di riferimento, ma anche un monito per chi pensa che per il centrosinistra sia ora di voltare radicalmente pagina. «Io sono il più convinto che ci sia tanto da rifare e da rigenerare, ma dico subito che non basterà un congresso - ragiona, più volte interrotto dagli applausi di amministratori, cittadini e imprenditori, i rappresentanti di quel "modello emiliano-romagnolo" che adesso vorrebbe riproporre a livello nazionale - . Ci aspetta una vera e propria traversata del deserto. Perché il nostro compito è far tornare a essere il Pd un grande partito popolare, radicato nella società, a vocazione maggioritaria, perno di un nuovo centrosinistra capace di battere la destra nelle urne alle prossime elezioni. Ed essere un punto di riferimento per la famiglia socialista e democratica europea». Ad ascoltarlo ci sono il primo cittadino di Modena Gian Carlo Muzzarelli, il riminese Andrea Gnassi, l'ex ministro Graziano Del Rio, la moglie e una delle due figlie ma anche sua madre Anna, seduta in prima fila. «Da mamma sono felice, molto felice, ma anche preoccupata perché fra Regione e partito sarà una bella lotta» confessa a chi la va a salutare. Bonaccini dedica solo un cenno affettuoso, a margine del suo intervento, alla sua ex vice-presidente e possibile sfidante Elly Schlein: «Ci stimiamo, ci vogliamo bene e abbiamo lavorato benissimo insieme. Sarà una bella sfida se vorrà candidarsi». L'essenziale, per l'aspirante segretario, è ripartire dai territori e superare una gestione basata sulle correnti. «Mi è abbastanza chiaro che non avrò il sostegno di molti del gruppo dirigente nazionale - dichiara, attaccando i big del partito ma riconoscendo a Enrico Letta di essersi caricato da solo di troppe colpe e responsabilità -. Serve un gruppo dirigente nuovo. Noi lo abbiamo nei Comuni e nelle Regioni. A me ha fatto una certa impressione vedere tutti i dirigenti di primo piano del nostro partito candidati nei listini e mai nei collegi uninominali, dove i voti devi andarli a strappare uno a uno». Non è un caso che fra i primi ad annunciare il loro sostegno alla sua candidatura ci siano proprio due amministratori locali: il governatore toscano Eugenio Giani e il sindaco di Bergamo Giorgio Gori. A Campogalliano, come è facile immaginare, i suoi concittadini fanno il tifo per lui. «È l'unico che può fare qualcosa per la sinistra» afferma Gianni Sgarbi, imprenditore edile. «È uno attento a non creare divisioni» aggiunge Luca Malmusi, diacono e vice parroco. «Non sono della sua parte politica, ma di quelli che hanno in casa mi sembra il migliore» sorride Luciano Missori, commerciante in pensione. La sindaca Paola Guerzoni, invece, gli consegna un quadernetto arancione che contiene una serie di regali simbolici: corde antivento «per resistere alle correnti», biglietti Bologna-Roma A/R «perché stare troppo nella capitale an va menga ben», un amplificatore di suoni «per ascoltare chi non ha voce», tappi «per non sentire voci di moderne sirene che potrebbero mandarti fuori rotta», una bussola e un impermeabile «per difenderti dal fango». --© RIPRODUZIONE RISERVATA