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«Abbracciami se anche tu hai paura», si leggeva su un cartello di protesta esibito da una ragazza nella città siberiana di Tomsk, poco prima che la polizia la portasse via. Era la paura, appunto, a dominare lo stato d'animo di milioni di russi, il giorno in cui il presidente Vladimir Putin ha annunciato la mobilitazione parziale nel Paese. In centinaia sono usciti ieri nelle strade e nelle piazze di tutta la Russia per protestare contro la chiamata alle armi di Putin, disposto a tutto pur di prevalere nel conflitto in Ucraina. I manifestanti portavano cartelli con le scritte «no alla mobilitazione», «no alla guerra», «vita ai nostri figli». A coordinare le proteste il movimento di opposizione Vesna, che già a febbraio aveva organizzato le prime manifestazioni contro «l'operazione militare speciale». «Putin ha passato il limite. Si sta giocando l'intera Russia e le vite di tutti i suoi cittadini», hanno scritto i membri del movimento sul loro canale Telegram, esortando i russi a scendere in piazza. «Migliaia di uomini russi - i nostri padri, fratelli e mariti verranno buttati nella carneficina della guerra. Per cosa moriranno? Per cosa le loro madri e sorelle verseranno lacrime? Per il palazzo di Putin?», continuava il post.Come a febbraio, le proteste di ieri sono state brutalmente represse dalla polizia, con circa un migliaio di fermi in tutto il Paese. E come a febbraio, ai manifestanti mancava un leader di riferimento. «All'opposizione manca un rivoluzionario, qualcuno che catalizzi il sentimento di protesta. La Russia non ha il suo Lenin», diceva il giorno prima Vasily, uno studente di Storia dell'Università di San Pietroburgo, anche lui preoccupato per la mobilitazione imminente. L'ultimo a pretendere a quel ruolo di leadership è stato Aleksey Navalny, l'oppositore che ora sta scontando una condanna di nove anni in una colonia di regime severo. Nonostante il suo movimento sia stato smantellato, Navalny continua a far sentire la sua voce. «Putin vuole sporcare di sangue centinaia di migliaia di persone», ha detto ieri l'oppositore, commentando la notizia della mobilitazione. «L'entità di questo crimine e il numero delle persone coinvolte è in aumento, e questo viene fatto esclusivamente per garantire che una persona preservi il suo potere personale», ha proseguito. Il suo braccio destro Ivan Zhdanov, ora in esilio, ha chiamato i russi a protestare in ogni modo possibile, incluso appiccando fuoco agli uffici di arruolamento. Come dichiarato dalle autorità, la mobilitazione parziale prevede la chiamata alle armi di circa 300 mila riservisti che ora potrebbero essere inviati al fronte in Ucraina. Tuttavia, come fatto notare l'avvocato e attivista per i diritti umani Pavel Chikov, il numero dei mobilitati potrebbe ben presto crescere, data la vaghezza del decreto legge. «Di fatto sarà il Ministero della Difesa della Federazione Russa a decidere chi, da dove e in che numero inviare in guerra», ha scritto Chikov sul suo canale Telegram. Una cosa è sicura: i giorni in cui il conflitto in Ucraina era per i russi solo "un'operazione speciale", un affare distante riguardante solo un numero limitato di militari professionisti e volontari, sono giunti al termine. Ora la tragedia potrebbe toccare ogni famiglia, e per il russo qualunque sarà sempre più difficile restare indifferente. A poche ore dall'annuncio di Putin, erano già in molti i cittadini ad aver ricevuto l'avviso di mobilitazione. Una volta in mano il documento, non presentarsi all'ufficio di arruolamento comporta la responsabilità penale. Intanto è iniziato un nuovo esodo di uomini in età di leva, simile a quello visto a febbraio, subito dopo l'inizio dell'"operazione speciale". I prezzi dei biglietti aerei avevano incominciato ad aumentare sin dalla sera di martedì, dopo l'annuncio dell'imminente discorso di Putin. Turchia, Armenia, Azerbaijan le destinazioni più prese d'assalto: i biglietti per i voli di ieri si sono esauriti in poche ore, quelli per i giorni successivi sono schizzati alle stelle. Anche via terra, non sono rimaste molte vie di fuga: i Paesi baltici hanno da poco chiuso le frontiere ai cittadini russi non residenti. La Georgia, che aveva accolto la prima ondata di dissidenti in fuga dopo il 24 febbraio, ha recentemente iniziato a respingere i russi alla frontiera. Resta la Finlandia, che per ora ha i confini aperti. «Cercherò di raggiungere la Bielorussia in macchina», dice Dmitry, 34 anni, un agente immobiliare di San Pietroburgo. Per ora non rientra nelle categorie dei mobilitati ma non ha intenzione di aspettare un eventuale allargamento dei criteri, scenario che molti ritengono più che probabile. Suo fratello minore, Artem, un ufficiale in riserva, è quello più a rischio: potrebbe ricevere l'avviso di mobilitazione da un momento all'altro. I suoi amici, trasferitisi a Dubai subito dopo l'inizio del conflitto, stanno organizzando una colletta per comprargli un biglietto aereo e permettergli di raggiungerli. Dmitry e Artem hanno parenti ucraini e non hanno nessuna intenzione di andare a combattere. «Andrà sempre peggio. Vogliono costringerci a uccidere i nostri fratelli», si sfoga sconsolato Dmitry. --© RIPRODUZIONE RISERVATA