Enrico Letta

«Sono in Belgio per commemorare l'anniversario di Marcinelle, la più grande strage di lavoratori italiani immigrati della storia», dice Enrico Letta. «Un appuntamento che ho voluto mantenere, nonostante le difficoltà di queste ore, perché per me da oggi comincia la campagna elettorale del Pd». E quindi basta con i bilancini, gli alambicchi delle alleanze, i patti scritti e stracciati - dagli altri - in meno di una settimana. Durante una telefonate lunga un'ora, il segretario del Partito democratico non usa mai le parole "rabbia", "delusione", "amarezza", ma non ce n'è bisogno: sono sentimenti che trasudano, seppur trattenuti, da tutto quel che dice sulla decisione di Calenda di mancare all'impegno preso e di non correre più in alleanza con i dem alle prossime elezioni. Ma lei le ha capite, le ragioni di questo passo indietro? «No, non ho capito e non credo siano facilmente comprensibili, ma mi sento di poter dire che Calenda può stare, secondo quello che lui stesso ha detto, solo in un partito che guida lui, in una coalizione di cui è il solo leader e in cui non ci sia nessun altro. Le cose che ha detto in questi giorni, e nell'intervista a Lucia Annunziata su Rai3, denotano che è sufficiente a se stesso e incapace di parlare con chiunque altro». Sostiene che nel vostro accordo mancassero coraggio, serietà, bellezza e onore. «Credo che il primo onore sia rispettare la parola data, vale in politica come nella vita. E non una parola data a casaccio, ma una firma fatta davanti alle telecamere». Era già successo che Calenda mettesse in discussione un accordo siglato con una stretta di mano. Lo ha raccontato lei stesso. «È vero, è la seconda volta. Col senno di poi sono stato troppo ingenuo. Ma sono esterrefatto: il principio fondamentale del diritto è "pacta sunt servanda". Se un politico, un uomo di Stato, fa saltare gli accordi che ha firmato perché ha cambiato idea non c'è più politica, siamo su Twitter, dove si può cambiare idea ogni minuto. Ecco, credo che Calenda abbia scambiato Twitter con il mondo reale». Il leader di Azione chiedeva un'alleanza più netta, più chiara, con un profilo programmatico più coerente. Dal suo punto di vista, era probabilmente l'unica che potesse funzionare. Ha detto di averle proposto un patto 90 e 10 purché foste solo voi. È vero? «Ma queste cose le aveva dette fin dall'inizio, dopo di che abbiamo raggiunto un patto che comprendeva anche altri contraenti. Nel documento c'era scritto che ci sarebbero state altre intese e avevamo chiarito che sarebbero state obbligate dalla legge elettorale, portando elementi di convergenza soprattutto di natura istituzionale. Per questo lo avevo chiamato "patto per la Costituzione". Calenda ragiona come se non sapesse come funziona questa legge elettorale, che impone di fare alleanze per la parte uninominale. Chi va da solo, sta regalando agli altri la vittoria». Lo dice anche a chi l'ha criticata per aver speso queste settimane a cercare di mettere insieme quello che insieme, evidentemente, non poteva stare? «In tanti mi hanno detto: parliamo di temi, andiamo da soli. Ma il Rosatellum le alleanze le impone. A destra hanno fatto rapidamente perché Berlusconi e Salvini si sono arresi, consegnandosi a Giorgia Meloni. Da noi era più complesso, ma era doveroso fare quegli accordi». Se però fronte repubblicano doveva essere, per arginare il centrodestra, a quel punto bisognava ci fossero dentro tutti, 5 stelle compresi. O no? «I 5 stelle si sono assunti la gravissima responsabilità di aver fatto cadere Draghi. Lo hanno fatto senza alcuna capacità di capire la slavina che avrebbero provocato, in modo irresponsabile, e questo ha sancito una rottura di rapporti insanabile». Ora Conte le dice di non cercarli, di dare i collegi che sarebbero stati di Calenda a Luigi Di Maio e ai suoi. È davvero chiusa la possibilità di un'alleanza rinnovata con il Movimento? «Per quanto ci riguarda alleanze sono chiuse e definite. È stato fin troppo complicato. Ora pensiamo solo alla campagna elettorale, a parlare dei nostri temi, a incontrare le persone. Abbiamo 600 feste dell'Unità in corso in tutt'Italia. Non dico che le farò tutte, ma tantissime». Però Calenda ha ragione a dire che anche Sinistra italiana ha contribuito alla caduta del governo Draghi, ha votato 54 volte contro. «Calenda ha reso Fratoianni e Sinistra italiana un totem gigantesco, quando evidentemente il nostro accordo - di cui era perfettamente al corrente - proviene da un rapporto storico e nasce soprattutto per il lavoro che abbiamo fatto a livello europeo con i Verdi. Ha ingigantito una questione inesistente per giustificare il fatto che ha cambiato idea. Trovo che quanto abbia fatto sia gravissimo sia nei contenuti che nel metodo». Ha detto di averla chiamata sabato per avvisarla. Vero? «Non ha chiamato me, ha chiamato Dario Franceschini e poi sono stato io a telefonargli per capire cosa stesse succedendo». Ma che succede con Più Europa, che ha confermato l'accordo? «Calenda ha sfasciato la sua stessa federazione. Io ringrazio Emma Bonino e Benedetto Della Vedova: faremo insieme una bellissima campagna elettorale. Noi confermiamo gli accordi fatti con tutti, non ci rimangiamo la parola data». Calenda e Renzi potrebbero dar vita a un terzo polo che cercherà di rubare voti soprattutto al Pd. E i 5 stelle dall'altra parte cercheranno di schiacciarvi su posizioni centriste. Una simile tenaglia non rischia di portarvi alla disfatta? «Renzi e Calenda sono stati eletti, entrambi, con il Pd. Sono loro ad avere un problema, non noi. Devono spiegare all'opinione pubblica quello che mi sembra evidente: non riescono a stare in un gioco di squadra. O comandano o portano via il pallone. Questa logica del centro è residuale rispetto a comportamenti individuali, non c'è una strategia politica. E visto che non vedo folle di elettori leghisti o di Fratelli d'Italia che corrono verso di loro, è un modo per aiutare Meloni e Salvini, non per contrastarli». Davvero pensa vogliano aiutare la destra? «Si stanno assumendo questa responsabilità. Ma quando vedo i sondaggi sono preoccupato fino a un certo punto: noi abbiamo il ruolo di partito guida. In questo c'è una differenza tra loro e il Pd perché il nostro è un lavoro collettivo. Ho preso il testimone da Nicola Zingaretti e lo passerò al mio successore, che spero sarà una donna. Ho imparato nella vita che non si sta bene solo a capotavola. In politica bisogna saper fare anche i numeri due, tre, o attaccare i manifesti». Ha ancora senso parlare di agenda Draghi? «La parola agenda porta malissimo, è successo anche con l'agenda Monti. Togliamo la parola dal tavolo. Il programma del governo Draghi è stato positivo e lo abbiamo sostenuto, ma aveva una sua oggettiva parzialità dovuta al tipo di maggioranza. Non c'erano dentro temi che noi vorremmo in un governo di centrosinistra: più ambizione sull'ambiente, sul sociale, sui diritti». Dai 5 stelle vi accusano di non avere il coraggio di andare fino in fondo sul salario minimo, Calenda sostiene che con le intese che ha stretto non ci sarebbe mai un rigassificatore a Piombino. Le proposte del Pd rischiano di apparire confuse da qualsiasi parte le si guardi. «A ognuno di loro dico che le loro scelte aiutano la vittoria della destra. Con Meloni al governo il rigassificatore di Piombino non ha alcuna possibilità di farsi, il sindaco che si oppone più di tutti è del suo partito. Stessa cosa sul salario minimo, che faceva parte del discorso di Draghi di mercoledì 20 luglio. Facendo cadere il governo i 5 stelle lo hanno allontanato. Calenda e Conte sono gli interpreti perfetti di quel che accade sempre in Italia: si fanno grandi discorsi e poi si va nella direzione opposta». Cosa vota, chi vota Pd? «Il tema numero uno è l'ambiente. Ho appena incontrato 300 giovani in un campeggio a Tarquinia e a loro ho promesso che andremo avanti. E accelereremo per applicare al 2030 gli obiettivi europei di riduzione delle emissioni». Un impegno compatibile con la crisi energetica dovuta alla guerra? «Più che compatibile, l'autosufficienza attraverso l'installazione di rinnovabili è fondamentale. Siamo consapevoli che serve una transizione e che per i prossimi tre anni sarà ancora necessario puntare sul gas che non arriva dalla Russia. Ma è anche sui prossimi dieci anni che dobbiamo concentrarci». Secondo tema? «La questione sociale, la lotta alla precarietà, l'eliminazione dei finti stage, l'introduzione dei contratti di formazione lavoro per i ragazzi pagati come dev'essere pagato un primo stipendio, la pensione di garanzia per i giovani». La dote ai diciottenni l'ha accantonata? «Niente affatto. In più, puntiamo ad accentuare i lavori stabili e ad avere un welfare più efficiente. Avere Roberto Speranza nelle nostre liste significa anche puntare sulla salute pubblica. Il terzo punto sono i diritti: con Meloni e Salvini si rischiano drammatici passi indietro, già immagino Pillon ministro della Famiglia. E invece noi confermiamo l'impegno su Ius Scholae e Ddl Zan». E alzerete le tasse, come dice la destra? «Tutt'altro, quello a cui lavoravamo già col governo Draghi era una riduzione delle tasse sul lavoro per aiutare sia gli stipendi medio bassi che le piccole e medie imprese, quelle che fanno fatica a mantenere i dipendenti per colpa delle imposte troppo alte». Su questo con i 5 stelle eravate d'accordo. Sicuro non ci siano più spazi? «Gli accordi sono chiusi. Da oggi ognuno farà la sua corsa». --© RIPRODUZIONE RISERVATA