elezioni, zaia prova a rovesciare i cliché

Le elezioni secondo Luca. Nello stanco cammino verso un voto indigesto a tutti tranne che ai partiti, il presidente del Veneto rompe i vecchi cliché della politica all'italiana con un invito a cambiare registro, rottamando le gabbie ideologiche. Peccato che sia il solo a farlo, e soprattutto che non si candidi: il resto del coro si allinea alle cattive abitudini di sempre, cospargendo la campagna fin dalle prime battute dell'usuale cocktail di promesse fasulle, dalle tasse al lavoro, dalla sicurezza alle pensioni. Riprovevole, con in più l'aggravante del dolo: perché sorvola su come e dove trovare i soldi per riuscirci, in un Paese che viaggia verso i 3mila miliardi di debito pubblico, e che, lungi dal ridurlo, ogni anno ne aggiunge tra i 30 e i 40. In un simile contesto, il messaggio di Zaia sembra rivoluzionario eppure è ispirato a un elementare buon senso, a partire dall'obiettivo prioritario di ogni campagna elettorale, e cioè la conquista di voti. Rivolto al suo schieramento di centrodestra, in realtà vale anche per quello opposto, a partire da una semplice constatazione: dal 1994 a oggi, tutti i 17 governi alternatisi alla guida del Paese, di ogni colore e combinazione, sono caduti per la fragilità delle coalizioni che li sostenevano; e hanno dato prova di incapacità di metter mano ai problemi concreti, che anzi si sono aggravati, ma pure ai loro compiti istituzionali, a partire (per ben due volte) dall'elezione del presidente della Repubblica. Infine, hanno completato i guasti mandando a casa un governo che si era guadagnato il consenso della stragrande maggioranza dell'opinione pubblica. Oggi, la scelta delle alleanze e delle candidature, in cui gli elettori sono del tutto fuori gioco, rende incerto l'esito del voto: col rischio che dopo il 25 settembre si torni al punto di partenza, nel più deleterio gioco dell'oca politico. Una via d'uscita a questa deriva c'è, ed è quella indicata da Zaia: fare una campagna elettorale in sintonia con quel che pensano gli italiani, tenendo presenti i radicali cambiamenti degli ultimi trent'anni, e rinunciando una buona volta a parlare alla sola pancia del Paese. Basta slogan ripetitivi, basta vecchi cliché, basta insulti ed accuse, propri di una politica che su entrambi i versanti è rimasta invece quella di trent'anni fa; basta a una competizione tra partiti che si gioca sul contendersi qualche punto percentuale, o sull'affidarsi a leader effimeri, il cui consenso si rivela regolarmente di plastica. C'è una prateria da conquistare altrove: nel 40 per cento di astenuti fissi, in gran parte composti da delusi della politica; ma anche nei 3 milioni di giovani che a settembre voteranno per la prima volta. Non lo si otterrà certo cercando il loro consenso con temi, linguaggi, richiami, vecchi di almeno trent'anni. Ma i mandarini della partitocrazia preferiscono tirare avanti per la propria strada, ignorando un monito fondamentale proposto già due secoli fa da Jean Jacques Rousseau, e giustamente richiamato da Zaia: il popolo ti delega a rappresentarlo, e ti toglie la delega quando non lo rappresenti più. Loro, rispondono invece al pensiero espresso in una corrosiva battuta: se non rappresentiamo più gli elettori, cambiamoli questi benedetti elettori. --© RIPRODUZIONE RISERVATA