Conte taglia i ponti con il Pd «Offrano i collegi a Di Maio»

il retroscenaFederico Capurso / romaUn minuto dopo l'addio dato da Carlo Calenda alla coalizione del Pd, il telefono di Giuseppe Conte inizia a squillare. «Forse si è riaperta la porta», gli dicono con un certo entusiasmo gli sherpa di un «campo largo» sulla via della polverizzazione. Si offrono ipotesi di riavvicinamento, vengono portati studi e proiezioni che indicano come al Sud, insieme ai Dem, si potrebbero contendere più collegi al centrodestra, si raccontano magnifiche sorti e progressive, anche alle prossime elezioni regionali. Un'opera di convincimento effimera, che muore nel giro di tre ore, quando il leader del Movimento pubblica sui social un post in cui si rivolge direttamente al segretario del Pd, Enrico Letta, per offrire non una mano tesa, ma una bastonata sotto forma di «consiglio non richiesto: offri pure i collegi che si sono liberati a Di Maio, Tabacci e agli altri alleati. Ti saluto con cordialità e senza nessuna acrimonia». Suona come un addio, almeno fino alle elezioni. Il Movimento correrà da solo. E l'ex premier è convinto di poter banchettare sulle spoglie della «santa alleanza repubblicana che ora si indebolisce e perde pezzi», pescando a mani basse tra gli elettori di centrosinistra delusi. «Provo a dare una mano e a evitare ulteriori imbarazzi, dopo le dannose decisioni che sono già state prese - commenta con una punta di veleno -. Noi non siamo professionisti della politica. Il balletto di questi giorni, tra giochi di potere e spartizioni di seggi, ci ha lasciati stupefatti. Noi condividiamo con i comuni cittadini una visione della politica diversa». È una separazione tra due mondi incolmabile, che viene marcata più volte, a partire dai programmi elettorali: «Sentiamo invocare "un'agenda Draghi" sperando che l'interessato si degni di scriverla - fa notare Conte -. L'unico accenno a un programma di governo che il Pd ha fatto è quando ha concordato con Calenda di rivedere il Reddito di cittadinanza e il Superbonus o quando ha scelto di abbracciare personalità come la Gelmini, artefice dei tagli alla scuola». Una picconata dopo l'altra, l'ex premier lascia Letta ad affrontare la disfatta del suo disegno politico. Ma sull'altra faccia della Luna, compare per un attimo la nostalgia del Pd di un tempo. «Questo disastro politico mi sembra lontano anni luce dal progetto riformistico realizzato durante il Conte II. Sono settimane che sentiamo parlare di cartelli elettorali e di ripartizioni di posti». Come a voler dire che c'era un Pd con cui si poteva dialogare, costruire, e che ora quel Pd non c'è più. Ma se dovesse tornare, dopo le elezioni, senza Calenda e senza Luigi Di Maio, chissà. La voglia di tornare a correre insieme, in fondo, è sempre viva. Tanto da allontanare l'idea di un ritorno di Alessandro Di Battista, che già convinceva poco Conte per le sue posizioni politiche poco conciliabili con la nuova linea pentastellata e il rischio di vedere contesa la sua leadership tra gli attivisti. Ma anche Beppe Grillo, ora, avrebbe avanzato un forte dubbio di fronte all'ipotesi di reintegrare l'ex deputato, per colpa - raccontano - di alcuni scontri accesi tra i due in passato, ai quali non è mai seguita una riconciliazione. Si candiderà invece l'ex sindaca di Torino Chiara Appendino: «Sono a disposizione, il Movimento è la mia casa politica». Mentre non offre la sua disponibilità il sociologo Domenico De Masi, vicinissimo a Conte: «No, grazie. Ho 84 anni e ci tengo alla qualità della mia vita». Intanto, per i parlamentari del Movimento è una giornata da pop corn. La coalizione di centrosinistra da cui sono stati esclusi, con lo stigma dei traditori del governo Draghi, si è ridotta a un'alleanza con Sinistra italiana, Europa verde e Impegno civico, unita dal sogno di far vincere meno bene la destra. «A memoria - commenta sui social il ministro M5S Stefano Patuanelli riferendosi a Letta -, non ho mai sentito un segretario di partito dire: "Stringo un'alleanza, ma con questi non ci governo". Questa ammucchiata ha almeno un punto programmatico in comune? Oltre i seggi, s'intende». E twitta divertito, dopo lo strappo di Calenda: «Per fortuna che il problema per la stabilità eravamo noi». Si respira un clima di festa, dopo mesi di veleni. Tutti convinti di avere avuto un regalo insperato e l'occasione per una rivalsa sul Pd: «È la prima volta - scherza un big - che possiamo davvero ringraziare Letta». --© RIPRODUZIONE RISERVATA