Il giorno dopo dei veneziani «Ripartiamo ogni volta così»

Eugenio Pendolini / VENEZIA«Così è Venezia, se capita una marea del genere sei in balia del destino. Del resto, apparteniamo all'acqua che ci ha sempre dato tutto: vita e lavoro». La bottega Matisse, in ruga degli Oresi, è già aperta di prima mattina. Lì davanti c'è un via vai di persone, ma non sono clienti. I commercianti, a maniche rimboccate, puliscono e asciugano i pavimenti, sistemano gli scaffali e svuotano secchi d'acqua. «Ci si dà una mano» spiega Francesco Parma, il proprietario. L'alone lungo la parete bianca testimonia il livello dell'acqua. «L'unica, in questi casi, è sperare che salga il meno possibile».È il giorno dopo, raccontano i negozianti, il momento più difficile. Perché se durante la marea l'unica è affidarsi al fato, e vada come deve andare, è l'indomani che si contano i danni. Da Rialto fino alle Mercerie e San Marco, Venezia si sveglia ancora immersa nell'acqua: per terra, le pozze d'acqua insieme a calcinacci e detriti abbandonati dalla laguna sui masegni; in alto, le gocce di pioggia che continuano a cadere di prima mattina. Eppure, per strada tutto sembra normale. Le calli si popolano di turisti con gli impermeabili colorati che strascicano stivali di plastica verso le attrazioni della città, il vocio di sottofondo è quello di tutti i giorni, i residenti si riconoscono dal passo svelto a zig-zag e l'umidità entra nelle narici insieme all'odore di forni e pizze al taglio. Gli hotel, dopo una giornata di passione (sommersa la hall del Danieli) sono di nuovo a regime, le chiese hanno riaperto le porte. C'è chi però è in piedi da ore, perché sa cosa lo aspetta dopo 156 centimetri d'acqua.Gabriele Antonini spunta dalla saracinesca abbassata del Mercà, bacaro in Erbaria. «Stiamo pulendo dalle sette, sarà un lavoraccio» sussurra. Lavastoviglie, impianti elettrici, frigoriferi: tutto in salvo sopra ripari di fortuna. La rassegnazione di Claudio Venier, commerciante e presidente dell'associazione Piazza San Marco, si accompagna alla preoccupazione per i turisti che «rischiano di cadere in canale senza rendersi conto della pericolosità». Soprattutto in giornate «d'angoscia» come quella di lunedì.Matteo Pinto e Anna Ferrigno lavorano all'osteria Arco, uno dei pochi punti rialzati di Rialto rimasti all'asciutto. Negli occhi dei vicini, raccontano di aver visto il "terrore": «L'acqua ci scorre nelle vene, ma lunedì la marea non scendeva più: ha superato i 156 centimetri». Non sono gli unici a sostenerlo. Laura Biasutti, del bacaro «Magna Bevi Tasi» in campo Santi Filippo e Giacomo, si appoggia a sedie e tavolini distesi all'esterno del locale. Dentro c'è da pulire per l'intero giorno: «Ecco, ieri l'acqua è salita fino a qui» commenta indicando con il dito la tacca dei 160 centimetri disegnata nel 2008 sullo stipite dell'ingresso. Per Marco Seno, le previsioni erano al ribasso. La sua «Tabaccheria 37», in riva degli Schiavoni, ha subito almeno 4 mila euro di danni: «Ora penso solo a ricominciare a lavorare». I negozi lungo le Mercerie sono in ginocchio. Le vetrine svuotate di merci e acquirenti, c'è un via vai di spazzole e strofinacci, il sapone per pavimenti odora la via. Le paratie sistemate agli ingressi hanno retto. I pozzetti sotto il pavimento, no. Le fogne, in alcuni casi, sono saltate: «Qui c'è da disinfettare tutto», ammettono nel negozio Gutteridge. A metà mattina spunta il sole, la città è già in moto. «Tempo di piangersi addosso non ce n'è» aggiunge Giuseppe Commerci della macelleria Ragazzo. Come a dire: l'acqua c'è sempre stata e ci sarà ancora. Con o senza Mose, un fantasma che - aspettando la fine dei lavori - fa allargare le braccia ai veneziani. E allora l'obiettivo è uno: tornare alla normalità, e in fretta. Si può? «Par forsa». -- BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI