Nefrologia, primato mondiale in ricerca

di Elena LivieriNefrologia dell'Azienda ospedaliera ai vertici mondiali. Il professore Lorenzo Calò, nefrologo, ipertensiologo e internista, direttore di Nefrologia 2 e direttore eletto della Scuola di specializzazione in nefrologia dell'Università di Padova, si conferma anche nel 2017, per il quarto anno consecutivo, primo al mondo nell'ambito delle malattie renali, in particolare per le malattie genetiche rare come la Sindrome di Gitelman e la Sindrome di Bartter. La classifica è basata su un'estesa revisione delle pubblicazioni scientifiche in Nefrologia. A riprova del riconoscimento internazionale del valore del suo operato, il professor Calò è stato convocato dall'organizzazione internazionale Kidney disease improving global outcomes (Kidgo) per partecipare con altri esperti mondiali alla stesura delle Linee guida di diagnosi e trattamento per la Sindrome di Gitelman, poi pubblicate sulla rivista scientifica Kidney International, tra le riviste scientifiche nefrologiche più qualificate in ambito internazionale. Un primato quello del professor Calò e dell'Unità di Nefrologia dell'Azienda ospedaliera che assume un valore ancora più importante se si considera che fino a pochi mesi fa l'attività del reparto veniva svolta in condizioni strutturali del tutto inadeguate (documentato in un reportage del mattino a seguito del quale c'è stato un sopralluogo del Nas). Nefrologia è ospitata nel vecchio ospedale Giustinianeo, in spazi ristretti e vetusti: fino a pochi mesi fa c'erano letti in corridoio, strumentazioni e farmaci incustoditi, gravi disagi per i pazienti ricoverati e per quelli che ogni giorno devono sottoporsi a dialisi. Le cose, però, stanno cambiando, come conferma lo stesso professor Calò: «Io sono portato a vedere il bicchiere mezzo pieno» dice, «quindi parto dal presupposto che Nefrologia è collocata in una cornice prestigiosa come quella del Giustinianeo: è un luogo impregnato di Scienza e Clinica da tre secoli. Inevitabilmente si è dovuto fare i conti con i vincoli della struttura che non hanno permesso interventi massicci. Tuttavia con il supporto della direzione sanitaria siamo impegnati in una profonda ristrutturazione degli spazi e conseguente migliore utilizzo dei locali. Detto questo» sottolinea Calò, «credo che i risultati ottenuti dimostrino che la passione per lo studio e la ricerca della nostra équipe non si fermano davanti alle difficoltà». Le ricerche del profesor Calò da trent'anni sono concentrate soprattutto sulla Sindrome di Gitelman e la Sindrome di Bartter, malattie renali genetiche rare che compromettono il riassorbimento tubulare renale di potassio e di magnesio che può causare l'insorgenza di aritmie cardiache che nei casi più gravi possono essere fatali e anche evolvere verso l'insufficienza renale cronica. Calò è punto di riferimento nazionale per la gestione clinica e la diagnosi di queste malattie e gestisce un ambulatorio dedicato al completo iter diagnostico, al trattamento terapeutico e al follow-up dei pazienti con Sindrome di Gitelman e Sindrome di Bartter in Azienda ospedaliera che richiama pazienti da tutta Italia. La prima sindrome colpisce soprattutto adolescenti e aduulti mentre la seconda i bambini e addirittura può manifestarsi a livello intrauterino. «Trent'anni fa venivano considerate sindromi benigne» fa notare il professore, tuttavia è stato dimostrato che le alterazioni del segnale cellulare che le caratterizzano portano ad alterazioni miocardiche e aritmie che nei piccoli pazienti possono essere fatali». Le ricerche del professor Calò hanno permesso di delineare nuovi meccanismi biochimici e identificare nuove proteine che possono svolgere un importante ruolo nella conoscenza della fisiopatologia dell'ipertensione arteriosa, nell'efficacia del suo trattamento e di quello delle complicanze cardiovascolari e renali dell'ipertensione. «I nostri studi» sottolinea il professore, «sono partiti dall'evidenza che soggetti affetti da Sindrome di Gitelman con le caratteristiche ormonali tipiche dell'ipertensione in realtà non erano ipertese. Abbiamo studiato tutte le vie biochimiche e molecolari per vedere se c'erano delle anomalie che in effetti abbiamo scoperto. In sostanza ci sono delle vie alterate in questi pazienti per cui gli ormoni non trasmettono il messaggio ormonale. È la scoperta del modello umano opposto all'ipertensione che, se applicato in maniera speculare, ci consente di trovare nuove cure per questa patologia».