Italia Nostra e l'ospedale «Soldi per salvare i reperti»

Italia Nostra lancia l'allarme: attenzione a relizzare il nuovo ospedale nell'area di via Jacopo Corrado, visto che quella zona è una enorme necropoli e le tombe vanno tutelate da nuovi, eventuali scavi, d'obbligo se lì sorgerà la nuova cittadella sanitaria. La presidente della sezione di Padova, Maria Letizia Panajotti interviene dicendo che la nuova realizzazione deve farsi solo se nel piano economico verrà inserita una voce di spesa adeguata a sostenere gli oneri del recupero dei reperti, del loro restauro in laboratorio, della esposizione dei pezzi più significatici in un luogo adeguato e la collocazione dei restanti materiali in magazzini accessibili agli studiosi. «Sulla zona di via Corrado gravano vincoli archeologici per la presenza della più grande necropoli paleoveneta della città» scrive in una nota la Panajotti «Nell'area adiacente, nel 1975, in occasione degli scavi per la realizzare gli impianti sportivi dell'Università, sono state rinvenute 132 tombe a incinerazione, in sei delle quali, accanto al defunto, era stato sepolto anche il suo cavallo. Queste tombe sono databili fra il VI e il IV secolo avanti Cristo. Siamo in presenza quindi di un'area importantissima per la storia di Padova. Da quanto pubblicato dai giornali, sembra che il sindaco consideri questo stato di fatto solo un inconveniente facilmente superabile con richiesta di "deroga" alla Soprintendenza archeologica. Nonostante in campo archeologico non esista la possibilità di deroghe, e che i tempi previsti per realizzare l'ospedale non siano compatibili con quelli di uno scavo archeologico in un'area così ampia, che necessita di tempi molto lunghi, la Soprintendenza potrebbe comunque dare l'autorizzazione se, prima dell'inizio dei lavori, si provvedesse ad asportare i reperti archeologici mediante la tecnica detta "cassonatura" che consiste nel prelevare compatti blocchi di terreno al cui interno si trovano i reperti che si vogliono recuperare». Per la presidente di Italia Nostra i cassoni devono venire successivamente trasportati in magazzini e quindi portati in laboratorio per lo "scavo" vero e proprio, cui dovrebbe seguire il restauro e, auspicabilmente, la fruizione pubblica. «Questa soluzione di compromesso non è il massimo» precisa Panajotti «non solo da un punto di vista scientifico, in quanto asportando i soli reperti senza sottoporre tutta l'area a scavo archeologico si perderanno certamente moltissimi dati e informazioni utili agli studiosi, ma anche perché questi nuovi cassoni, rischiano di andare a fare compagnia ai molti già giacenti nei magazzini e pervenuti dai precedenti scavi, su cui non si è ancora riusciti a intervenire per la cronica mancanza di fondi. In realtà data la fragilità di molti dei materiali, si dovrebbe agire con grande celerità per evitare processi degenerativi non controllabili, con la perdita di dati preziosi a causa del profondo mutamento ambientale, del ricovero in magazzini non climatizzati, e quindi sottoposti agli sbalzi di temperatura stagionali, per non parlare della possibilità di eventuali incidenti e furti».