le misure

di Maria Berlinguer wROMA Il Consiglio dei ministri autorizza il ministro Maria Elena Boschi a porre la questione di fiducia sullo jobs act. La notizia arriva in serata e mette fine all'ennesima guerra interna al Pd scoppiata sulla riforma del lavoro targata Renzi. Che poi chiarisce: «Ora tocca a me guidare. E bisogna che la macchina vada». Il tempo stringe. Oggi il ddl lavoro è atteso al primo esame del Senato e il premier conta di presentarsi mercoledì al vertice Ue di Milano mettendo sul tavolo un primo significativo «sì» del Parlamento a una riforma che da tempo Bruxelles ci chiede. Anche a costo di spaccare il Pd e di irritare i sindacati, convocati questa mattina per la prima volta in sei mesi. Appuntamento alle 8 nella sala verde. Alle 9 sarà la volta di Confindustria. «Mi viene in mente il titolo "un'ora sola ti vorrei"», dice la segretaria generale della Cgil Susanna Camusso. I sindacati andranno all'incontro con il premier uniti nel chiedere una riduzione della pressione fiscale ma divisi su articolo 18, jobs act e Statuto dei lavoratori. «Il sindacato è sempre pronto al confronto ma anche al conflitto per contrastare politiche non condivise» dice Camusso. Cgil e Fiom confermano dunque la manifestazione del prossimo 25 ottobre contro la riforma del lavoro del governo, ancora prima di sapere che il governo ha messo la fiducia. Cgil e Fiom andranno in piazza anche se per quella data la riforma sarà stata approvata da un solo ramo del Parlamento, spiega Camusso. E intanto rilancia, dopo un summit con i sindacati europei, l'accusa di thatcherismo a Renzi, da tre mesi alla presidenza del semestre europeo. Renzi ha seguito il modello di «lady Thatcher», dice Camusso, perché non ha sentito alcun bisogno di confrontarsi con le parti sociali su lavoro e occupazione. Per contro alle 9 Confindustria chiederà a Renzi di non ammorbidire il jobs act e una legge sulla rappresentanza sul modello Fiat. Ma a impensierire Palazzo Chigi non sono tanto sindacati e industriali. È soprattutto il dissenso della minoranza del Pd. La sinistra dem ora che la questione di fiducia è stata formalizzata si trova però di fronte al dilemma se ingoiare un rospo considerato indigeribile o far cadere il governo. Soprattutto dopo che Giovanni Toti, consigliere politico di Berlusconi, ha fatto sapere che Forza Italia non voterà la fiducia in nessun caso sul lavoro. Nel pomeriggio, quando il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti va a Palazzo Chigi per mettere a punto il maxiemendamento che oggi il governo presenterà a Palazzo Madama, Stefano Fassina è lapidario. «Se la delega resta in bianco è invotabile e con la fiducia ci saranno conseguenze politiche», scrive l'ex viceministro dell'Economia, che anche in direzione ha votato contro la mozione Renzi. Un tweet di 148 battute per ripetere al premier che non può soffocare il dibattito interno al partito di maggioranza relativa perché forzando la mano tutti gli scenari restano aperti. E in serata Fassina si appella a Napolitano. «La fiducia alla delega sul lavoro è un fatto grave ma non per i rapporti interni al Pd quanto nei confronti del Parlamento che è costretto a dare una delega in bianco al governo sui diritti delle persone: un fatto che merita l'attenzione del presidente della Repubblica», attacca Fassina che parla di «ferita profonda nel Pd». «La fiducia è qualcosa a metà tra la provocazione spicciola e l'esautoramento del Parlamento», aggiunge Pippo Civati. Durissimo anche Francesco Boccia che però annuncia che voterà secondo le indicazioni del partito. «L'importante è che sia chiaro, quando si fanno le cazzate, chi ha deciso», dice il presidente della commissione Bilancio. Ma il segnale del via libera lo dà il bersaniano Alfredo D'Attorre che in direzione ha votato no. «La fiducia è sbagliata ma è chiaro che prevarrà la responsabilità di non far cadere il governo». ©RIPRODUZIONE RISERVATA