«No alle nozze bancarie alla veneta»

di Eleonora Vallin wVENEZIA Troppo pochi 54 chilometri di distanza per un buon matrimonio. Ma il problema non è solo geografico: è «culturale» e scritto nella storia delle fusioni. Dopo pochi giorni dalle assemblee di Popolare Vicenza e Veneto Banca, gli esperti bocciano l'ipotesi di fusione alla veneta. Così anche se Montebelluna ha dichiarato che «se il piano di rafforzamento patrimoniale avrà successo l'istituto resterà autonomo, altrimenti l'esito dell'asset quality review potrebbe aprire la strada a ipotesi di aggregazione», sono i numeri a dividere i destini del neo eletto Favotto e di Gianni Zonin che ha confermato la sua volontà di crescita con tre offerte per Banca Etruria, Carife e Banca Marche. A fare di conto c'è Fabio Bolognini, ex manager Citibank, Unicredit e Intesa, oggi consulente finanziario indipendente e ad di Linker Srl. Bolognini ha incrociato i dati, sottolineando disequilibri e omogeneità. Il risultato? «La fusione sotto casa non conviene». Le due banche sono simili per volumi: entrambe gestiscono più di un miliardo di margine di intermediazione, con un vantaggio per Veneto Banca che sembra estrarre maggiore valore dalle masse di raccolta diretta e di finanziamenti alla clientela (1,3% contro 1% di Vicenza) e con maggiore apporto delle commissioni (352 milioni contro 280 milioni). Quanto a crediti deteriorati lordi, Vicenza ne ha di più ma la crescita di Montebelluna è stata elevata negli ultimi due anni: «Veneto Banca ha oggi il 18,5% di crediti deteriorati contro il 17,4% di Vicenza - spiega Bolognini - oltre che le ispezioni Veneto Banca sconta infatti l'acquisizione di Intra, che ha imbarcato molti crediti dubbi». Il problema è che le due popolari sono «sovrapposte geograficamente e quindi anche culturalmente» spiega il consulente, con una forte presenza nel Nordest: 173 sportelli nel Veneto di Veneto Banca e 258 di PopVicenza, ma anche 77 e 89 in Lombardia. «Questo costringerebbe la banca risultante a cedere sportelli per non superare i limiti antitrust». «Veneto Banca conta il 30% degli sportelli in regione, Vicenza ne ha il 41% - sottolineano i sindacati contrari alla fusione -. Il nuovo gruppo avrebbe in Veneto 433 sportelli su 1.276: il 35%. Poi ci sarebbero due direzioni generali con 2mila dipendenti a 50 chilometri di distanza». «Quanto alla clientela, se deve appoggiarsi a una "banca di territorio" il rischio che la sommatoria dei fidi delle due banche difficilmente possa essere confermata, porterebbe non poco malcontento tra le Pmi, clienti di entrambe le banche» spiega Bolognini. Non solo: «Un'integrazione tra due entità venete si presenta molto più difficile di quanto potrebbe essere ad Arezzo o Ferrara. Finirebbe in una guerra tra bande dove il vincitore punterebbe allo sterminio della tribù perdente e all'occupazione delle posizioni chiave. Così è stato a Padova con l'arrivo di Mps, a Bologna, Treviso e Torino con l'arrivo di Unicredit, a Lodi con Banco Popolare» commenta Bolognini. «Questa è la storia delle fusioni italiane - conclude - dove si cercano più tagli di costi e spartizione di potere che la costruzione di una nuova cultura che sposi il meglio delle banche fuse». «In un periodo difficile nel quale le banche devono servire meglio i clienti, non c'è spazio per guerre sanguinose. Se Vicenza è pronta a gestire una crescita forse troverà meno rischi e resistenze a Ferrara e Arezzo. Può servire come monito il downgrading effettuato proprio dall'agenzia di rating Fitch al Banco Desio, causa acquisizione della problematica Spoleto» conclude.