«Signora maestra» L'autorità risale in cattedra

di Nicolò Menniti-Ippolito Luca Zaia lo nega, ma la sua provocazione sul "tu" che i bambini delle elementari danno alle maestre e l'invito a tornare al "lei" ha un che di nostalgico. E del resto in molte analisi sulla scuola di oggi circola aria di nostalgia, a destra come a sinistra. Se una scrittrice come Paola Mastrocola rivendica in "Togliamo il disturbo" la cultura perduta della vecchia scuola, anche uno storico della pedagogia come Adolfo Scotto di Luzio, nel recente "La scuola che vorrei" lamenta il fallimento della scuola democratica e rimpiange in qualche modo la figura del maestro elementare formatore a tutto tondo. «Il problema del tu o del lei alla maestra» dice Carla Xodo, docente di Pedagogia generale all'Università di Padova «ha una sua rilevanza. È evidente che c'è bisogno di educare i ragazzi alla socialità, e quindi anche al rispetto dei ruoli, tuttavia non bisogna dimenticare che la scuola elementare è la diretta prosecuzione di quella educazione fondata sull'affetto che avviene nella famiglia. Dunque è abbastanza naturale che, almeno all'inizio del processo scolastico, le modalità di rapporto siano più confidenziali, per non creare uno stacco troppo netto. Un bambino di sei anni non è già formato socialmente, comincia semplicemente un cammino che certo dovrà portare a un tipo di relazione diversa». Che questo sia il problema, è reso evidente dalle riflessioni di genitori e anche bambini. Molte mamme si chiedono come e quando insegnare ai propri figli a dare del lei, e anche in questo chiedono aiuto alla scuola. Isabella Milani, pseudonimo di una insegnante che ha pubblicato con grande successo un volumetto intitolato "L'arte di insegnare" prova a suggerire che «le maestre, forse farebbero bene ad esigere il "lei" ad un certo punto del percorso elementare (dalla quarta in poi?). Possono spiegare ai bambini che quando erano piccoli non sapevano dare del lei, ma adesso sono grandi e devono esserne capaci». «Io credo» dice ancora la professoressa Xodo «che quando passano alle medie i ragazzi debbano avere acquisito quella educazione alla socialità, che porta a riconoscere e rispettare i ruoli. Certamente si pone il problema della discontinuità: all'inizio il passaggio dal "tu" al "lei" può essere vissuto come una forma di distacco ed in qualche modo lo è, ma si tratta da parte degli insegnanti di accompagnare lo sviluppo dei ragazzi». Sì, perché i ragazzi un po' ci soffrono, poi, ad abbandonare il "tu": «Dando del tu si possano esprimere meglio le proprie opinioni, i propri sentimenti e così si riesce a conoscere meglio le persone» scrive un bambino di quinta elementare di fronte alla prospettiva di passare al lei. E si avverte dietro una sofferenza. «La scuola italiana» dice Carla Xodo «è storicamente poco attenta alla educazione affettiva. Recentemente abbiamo fatto una ricerca sui ragazzi di 18 anni in cui emerge chiaramente questa carenza». I difensori del lei dicono che in gioco è il rispetto, e sottintendono che è anche un fatto di autorità. E certo nelle affermazioni di Zaia si avverte una polemica con le pedagogie più libertarie. «In realtà» dice Carla Xodo «è difficile dire storicamente quando le cose sono cambiate. Io ricordo che davo del tu alla mia maestra ed erano gli anni Cinquanta". E Don Milani - viene da dire- era ancora lontano. Dibattito aperto, perché la questione del rispetto e sicuramente centrale, ma niente ideologia, solo pedagogia.