IL GOVERNO DEI CIECHI E DEI SORDI

di LUIGI VICINANZA In un clima di sfiducia il governo Letta ha incassato la non-sfiducia. Come Ruby fu riconosciuta "nipote di Mubarak" da un improvvido voto parlamentare nel settembre 2011, così il Senato ha certificato la non-responsabilità del ministro Alfano nel poco limpido "affaire Kazakistan". Per il Pd – o per quel che resta del partito non-vincitore delle elezioni di febbraio – è la dura pena del contrappasso: deve ratificare nella solennità dell'aula di palazzo Madama una "verità di Stato" a cui non crede. E alla quale in verità pochi credono: cioè, che Angelino, ministro inconsapevole dell'Interno, nulla sapeva e nulla poteva nella sporca vicenda della cattura di una mamma e di una bimba di 6 anni, reclamati con forza da un regime dittatoriale sopravvissuto all'ex impero sovietico. Ostaggi in patria in attesa dell'arresto del marito, dissidente del regime kazako e imprenditore oligarca con patrimonio miliardario. Una brutta pagina. Se fosse stato sfiduciato Alfano, l'intero esecutivo avrebbe rischiato la caduta per effetto della prevedibile rappresaglia di Berlusconi e dei suoi. Senza possibilità di alternative politiche credibili. Senza più il vicepremier in quota al Pdl, neppure Letta e gli altri ministri avrebbero potuto restare al loro posto. Così il governo dei larghi indugi resta prigioniero della sua debolezza in assenza di altre maggioranze parlamentari possibili. Condannate a coabitare – destra e sinistra – in una clima di insofferenza e sospetto montanti. Ancora una volta è toccato a Napolitano, sempre più protagonista allorquando la politica latita, giustificare un'alleanza di necessità: «Non ci si avventuri a creare vuoti, a staccare spine, per il rifiuto di prendere atto di ciò che la realtà politica post-elettorale ha reso obbligato», ha detto. Una crisi al buio, con una eventuale nuova campagna elettorale, avrebbe conseguenze devastanti sulla già scassata economia nazionale. Dunque, turandosi il naso, i senatori del Pd hanno "graziato" Alfano concedendo al governo un altro po' di tempo. Per fare che cosa? Il nocciolo infatti resta questo. Il tandem Letta-Alfano era nato con l'obiettivo di inoculare nel sistema italiano abbondanti dosi di eccitante adrenalina, ma ha sbagliato fiala: finora ha somministrato solo soporifera morfina. Tra un rinvio e l'altro (Imu, Iva, F35, costi della politica) anche il decisivo tema della riforma della legge elettorale si è smarrito: impensabile tornare a votare con l'indigesto Porcellum; eppure continuare a mantenerlo in vita oltre ogni decenza assume il carattere di una sfida. Senza nuova legge non si va alle urne, dunque si procrastina artificialmente la sopravvivenza di una legislatura inconcludente. L'affare kazako – con smaccata ipocrisia e inutile violenza – mette in luce le contraddizioni su cui poggia questa esperienza di larghe intese. Gli interessi personali, come sempre, di Berlusconi, specie ora che si avvicinano nuove sentenze (ieri sono stati condannati per prostituzione il fedele Emilio Fede, Lele Mora e la miracolata Nicole Minetti). La confusione strategica del Partito democratico nel quale persino una risorsa come Matteo Renzi rischia una rottamazione anticipata. L'immobilismo velleitario dei 5 Stelle incapaci di rendere utili 8 milioni e mezzo e più di voti. La deriva radicale di Nichi Vendola. La scomparsa della voce moderata del "centrino" di Monti. Un miscuglio di forze politiche colpevolmente avare con gli italiani e smaccatamente generose con se stesse. Tutti insieme appassionatamente verso il disastro. Come in un celebre quadro di Brueghel il vecchio, la "Parabola dei ciechi": camminano in fila indiana senza sapere dove stanno andando finché il primo cieco cade in un fosso. E tutti gli altri giù con lui…. @VicinanzaL ©RIPRODUZIONE RISERVATA