Indagine sulle reliquie


Un enigma da risolvere per spazzar via dubbi e falsi storici che aleggiano sul corpo di San Marco da più di millecinquecento anni. E' lui o non è lui a riposare sotto l'altar maggiore della basilica che porta il suo nome? O meglio. E' tutto suo il corpo o l'urna accoglie anche i resti di un altro mito quale era Alessandro Magno? Non è la trama del nuovo romanzo di Dan Brown ma il quesito che si pone Gianni Vianello nel suo Marco Evangelista. L'enigma delle reliquie (M. D'Auria Editore, 18 euro) e che potrebbe venire risolto con un'indagine scientifica. Esistono infatti fondate ragioni per effettuare una ricognizione dei resti, con antropologi, storici, archeologi, anatomopatologi, genetisti, come è stato fatto per il corpo di San Luca a Padova nel 2000, anche se dalla Procuratoria giungono notizie che fanno male sperare, ritenendo sufficienti le notizie in loro possesso.
Rispolveriamo un attimo la storia per poter capire meglio: nel 68 Marco subisce il martirio e le sue spoglie vengono tumulate nel martyrium del monastero da lui fondato ad Alessandria d'Egitto. Quasi ottocento anni dopo parte «l'operazione San Marco»: è l'828, il doge Giustiniano Partecipazio affida a due mercanti, Buono di Malamocco e Rustico da Torcello, il recupero del corpo del santo. I due partono, negoziano coi frati del monastero e di notte trafugano il corpo. Leggenda vuole che lo affiancassero a due botti di maiale salato per scoraggiare la curiosità dei doganieri saraceni, musulmani, ovviamente, che consideravano il suino come il diavolo. Marco torna a Venezia e trova posto nella basilica costruita apposta per lui. Anno 1094: inaugurazione della nuova basilica. Lo sconcerto è enorme: manca San Marco, il suo corpo è scomparso. Altra leggenda vuole che tre giorni di preghiere e processioni facessero scaturire le sue reliquie da una colonna. 6 maggio 1811: la prima, e unica, riesumazione del corpo. L'unica testimonianza è del conte Leonardo Manin: «Un capo coi suoi denti fornito, le ossa principali che formano lo scheletro di di un uomo affatto scarnate e disseccate, oltre a molti pezzetti già polverizzati e molta cenere». Ma c'è un problema: nella Biblioteca Sanctorum, volume 8, si legge: «Solo il capo rimase ad Alessandria e fu portato più tardi al Cairo». Monsignor Niero, maggior studioso dell'evangelista, chiude la questione: «E' certo che a Venezia quella reliquia non venne». Di chi è la testa?
E ancora: sono tutte sue le ossa visto che 16 chiese d'Europa vantano le sue reliquie? Ma c'è un altro problema: al tempo della pax constantiniana, IV secolo, erano comunque frequenti saccheggi e distruzioni da parte di monaci cristiani verso gli infedeli. E a 900 metri di distanza dal martyrium di San Marco stava la camera funeraria di Alessandro Magno, morto nel 323 a.C.. L'ipotesi, ripresa tre anni fa dall'inglese Andrew Chugg con un libro che fece scalpore, è che la teca dell'evangelista, accogliesse, per proteggerle dai fanatici cristiani, anche le ossa dell'eroe macedone e pagano, in una commistione di sacro e profano. Andando oltre, ci si può chiedere cosa ci facesse un monumento funebre romano con la stella a otto raggi, emblema della dinastia di Alessandro, nelle fondazioni dell'abside maggiore della basilica veneziana o il rilievo bizantino inserito nelle arcate della facciata della basilica con l'eroe che vola in cielo su un carro tirato da grifi alati.
«Coincidenze? - scrive Vianello -. Mere e fortuite presenze del linguaggio iconico medioevale o quelle figure hanno qualcosa in comune col destino dei resti di Alessandro Magno?» Alla scienza spetterebbe la risposta: un esame del Dna comparato con le ossa del padre Dario sepolto a Verghina in Macedonia svelerebbe finalmente l'arcano. Rimane l'ultimo enigma. Se non fossero di San Marco le ossa sotto l'altar maggiore, cambierebbe davvero qualcosa? L'evangelista sarebbe meno amato o verrebbe meno la forza del suo essere simbolo secolare della Serenissima? Sicuramente no. Il leone con le sue ali possenti e il suo libro aperto o chiuso simbolo di pace o di guerra, continuerebbe a vigilare sulla Fede e sulla Repubblica, a proteggerle e farle grandi. Non sono un teschio, un femore o una tibia - come affermano in molti - e neppure il carbonio 14, a poter scalfire la devozione secolare verso il santo più «laico» dell'agiografia cristiana e ancor meno il suo essere icona della più grande potenza culturale ed economica del Mediterraneo.

Alessandra Artale