LA STORIA URBANISTICA DI PADOVA: UN ERRORE «MITIZZARE» PICCINATO

Sollecitato da alcuni interventi apparsi nei giorni scorsi ed essendo stato, in qualità di consigliere comunale nella prima metà degli anni'70, testimone diretto della variante generale del 1974 del piano regolatore di Padova, desidero esporre alcune osservazioni circa il libro di Franzin su Luigi Piccinato. Padova ha avuto una storia urbanistica piuttosto travagliata, come molte altre città oggetto di forti speculazioni immobiliari, attraverso scempi e violenze che l'hanno in più parti sfigurata, ma è stata anche la seconda città in Italia a dotarsi di Piano Regolatore Generale dopo la legge fondamentale urbanistica del 1942.
Piccinato ha indubbiamente svolto un ruolo importantissimo nelle sorti di Padova. Il suo più grande merito sta nella tenace opposizione ai vari sventramenti, come quello del borgo Santa Lucia tra le due guerre, e alle violenze sulle mura rinascimentali e medievali, come nel caso degli insediamenti ospedalieri presso i mulini dei Gesuiti. Diverso è il Piccinato urbanista del dopoguerra che da critico-oppositore della sciagurata politica fascista, assume il ruolo di redattore del primo vero piano regolatore generale di Padova (1954) e pochi anni dopo, della prima variante generale. Per quanto riguarda il piano regolatore degli anni '50, pur essendo visceralmente contrario alla speculazione edilizia, fini, sia pure involontariamente, con il favorirla anche se non nella misura che certi amministratori comunali, categorie professionali e possidenti avrebbero voluto. Previde, infatti, vaste aree edificabili anche in luoghi particolarmente vocati a forme di agricoltura tradizionali, attività questa che in tal modo diventò residuale rispetto a quella edilizio-urbana. L'idea era quella di dare a Padova una configurazione stellare con al centro il cuore della città murata e in periferia le varie punte edificate intervallate da cunei destinati a «verde» agricolo, forma questa che doveva opporsi all'espansione spontanea radiocentrica, cosiddetta a macchia d'olio.
L'obiettivo che Piccinato si pose, peraltro giustamente messo in rilievo nel libro, non si può certamente mettere in discussione e rimane di attualità viste le tendenze odierne di trasformare la pianificazione urbanistica in una sorta di contrattazione o di scambio. Ciò che invece dovrebbe essere oggetto di seria riflessione, e non di mitizzazione come propone Franzin, è il modo con cui volle raggiungere questo scopo. Siamo proprio sicuri che per contrastare l'espansione a macchia d'olio di Padova l'unica soluzione fosse uno sviluppo a forma stellare della periferia?
Non dimentichiamoci che negli anni '50 per voler dare questa artificiosa configurazione sugli esempi anglosassoni, che tuttavia avevano poco a che fare con la nostra realtà storico-territoriale, vaste aree periferiche diventarono edificabili aprendo la porta a grandiose operazioni immobiliari, come nel caso delle lottizzazioni della Guizza (oltre 150 campi resi edificabili), attuate in gran parte dai noti speculatori Callegaro e Zancanaro. Inoltre il piano regolatore degli anni '50 permise la completa saturazione edilizia della fascia immediatamente esterna alla cinta muraria veneziana che all'epoca presentava ancora delle aree libere da costruzioni.
All'interno delle mura, la zona di Porte Contarine venne destinata ad edilizia intensiva e questo fatto ha creato i presupposti affinché il noto palazzo Arnoldt, che in quest'area era stato eretto nel Cinquecento, venisse scandalosamente demolito per lasciar posto all'attuale grattacielo Grassetto di via Matteotti. Piccinato ha ignorato totalmente, o relegato a dimensioni microscopiche, buona parte degli antichi insediamenti periferici, come Salboro, Altichiero, Camin, Voltabrusegana, Torre ed altri. Per Mandria e Terranegra previde una sorta di traslazione dei sobborghi in altro sito: il primo lungo quella che doveva diventare la nuova strada per Abano, il secondo ad ovest del canale S. Gregorio. Questi agglomerati non erano sorti attorno a recenti chiese volute dalla Curia vescovile al di fuori di qualsiasi previsione urbanistica, come nel caso di Crocefisso, erano sobborghi cresciuti attorno alla propria chiesa già in epoca medievale, salvatesi dalle demolizioni del famoso guasto del primissimo cinquecento per scopi difensivi.
Di questi problemi e di altri del primo PRG padovano, che in questa sede non è possibile elencare, Franzin non fa cenno limitandosi a sottolineare, a volte in maniera ossessiva, gli aspetti positivi dell'opera del Piccinato.
Anche la variante generale del 1974, pur adeguandosi alla legislazione nel frattempo intervenuta e correggendo alcuni errori inerenti le aree destinate ai servizi e i sobborghi prima ignorati, si prestò a critiche, soprattutto in fatto di viabilità. E' pur vero che, negli anni precedenti, l'amministrazione comunale aveva fatto ben poco in questo settore e a volte anche in difformità alle previsioni del piano, ma è anche assodato che le soluzioni che Piccinato proponeva non erano idonee a tenere lontano il traffico di transito dall'abitato. Ricordiamoci che l'urbanista aveva previsto strade di scorrimento che dovevano attraversare interi quartieri edificati, come nel caso di quella che da via Guizza doveva dirigersi verso ponte Quattro Martiri e da li attraversare la zona Facciolati e arrivare a Stanga oppure quella prevista tra la ferrovia Pd-Bo e le mura veneziane da Ponte dei Cavai al cavalcavia Camerini Rossi attraversando Sacra Famiglia, S. Giuseppe e borgo Trento! Se queste ed altre strade fossero state costruite che città avremmo oggi?
Franzin tace sul fatto che il piano degli anni '50 comprendesse per esempio il tombinamento del naviglio interno da Porte Contarine sino a ponte S. Lorenzo, l'autostrada Mi-Ve a ridosso della stazione ferroviaria, il complesso ospedaliero a cavallo delle mura veneziane, l'edificazione dell'ex parco Trieste a Santa Croce, previsioni purtroppo spesso sollecitate da poco lungimiranti amministratori comunali. Ma ciononostante perché Piccinato ha firmato il piano del 1954 con queste ed altre assurde previsioni mentre nel 1974 si è rifiutato non condividendo l'inserimento della tangenziale sud? Non risulta affatto che l'Ordine degli Architetti abbia aiutato il sindaco Bentsik ad inserire la saldatura della tangenziale sud (cosiddetta strada Bentsik), anzi risulta il contrario e cioè che ci fosse, se non un feeling, un ossequioso rispetto dell'Ordine nei confronti di Piccinato.
Si può obiettare sul modo in qualche modo autoritario con il quale il sindaco fece aggiungere questa strada al progetto di Piccinato piuttosto che aspettare di farlo in sede di esame delle osservazioni al piano. Ma se l'amministrazione comunale capeggiata da Ettore Bentsik non avesse inserito la saldatura della tangenziale sud, peraltro osteggiata non solo dai socialisti ma anche dai comunisti che ironia della sorte si sono trovati successivamente a doverla realizzare ed inaugurare, quale situazione della grande viabilità padovana ci troveremmo oggi?
A queste osservazioni inerenti l'opera di Piccinato, si aggiungono questioni personali che certo non fanno onore a Franzin. Molti riferimenti a Bentsik appaiono quantomeno ingenerosi per non dire ingiuriosi come quelli legati alla sua carriera universitaria, al rapporto con il mondo della speculazione immobiliare e alle sue capacità e conoscenze.
Bentsik è stato il sindaco della svolta che nel quinquiennio 1970-75 con grande capacità ed onestà ha saputo guidare il passaggio verso un modo moderno e più vicino alla gente di amministrare la città. Ha coraggiosamente rotto con qualsiasi forma di collusione con i grandi interessi speculativi che per decenni avevano consentito gli scempi noti a tutti. E' uscito dalla Democrazia Cristiana prima di Tangentopoli, non quando la «nave» democristiana stava affondando, come hanno fatto molti altri. E lo ha fatto sbattendo la porta e denunciando i poco limpidi rapporti tra il mondo politico e quello economico-finanziario proprio per questo motivo.
Pier Giovanni ZanettiAssociazione Lo Squero Padova