La lotta partigiana secondo Cecilia Genisio «Fu prigioniera e si impegnò per gli altri»

CuorgnÈCristina Bernard, figlia della staffetta partigiana Cecilia Genisio, in occasione del 25 Aprile, ci accoglie nella sua bella casa di Cuorgnè per raccontarci la vita della sua straordinaria mamma. Scomparsa nel 2019 a 97 anni, tra le onorificenze ricevute per il suo contributo ottenne la Croce al merito di guerra per attività partigiana e la medaglia di benemerenza per i volontari della Seconda guerra mondiale. L'attività di Cecilia nel sostegno alla lotta partigiana fa parte della sua giovinezza: cosa ci può dire della sua vita di bambina?«Mia madre era nata il 9 febbraio del 1922 a San Colombano: amava raccontare che le avevano detto che quando era nata c'era le neve e a lei per questo la neve era sempre piaciuta, tanto che avrebbe voluto andarla a vedere sulle Dolomiti. La famiglia si era poi spostata a San Carlo, vicino a Ciriè, dove il padre aveva un'officina di stampaggio. Vivevano in un posto bellissimo, il castello dei Conti della Piè. Alcuni ricordi si erano impressi in modo indelebile nella sua mente: un grande ciuffo di primule e i vestitini per le bambole che la mamma sarta le confezionava. A quei tempi la vita era spartana: lei ricordava un Natale in cui aveva chiesto come dono un pezzo di sapone tutto per sé per lavare i vestitini delle bambole».Dove si trovava da ragazza, allo scoppio della guerra?«Mia madre era a Torino la prima notte di bombardamenti, subito dopo l'inizio della guerra, tra l'11 e il 12 giugno 1940. La sua famiglia si era trasferita a Cuorgnè in una casa vicino alla nuova officina, ma lei si trovava in città perché frequentava l'Istituto Magistrale della donna, un collegio in piazza Bernini dove studiava economia domestica. Una volta conseguito il diploma aveva insegnato all'avviamento a Cuorgnè e alla scuola privata Cresto di Castellamonte. Poi si era iscritta all'università. Ricordava che le avevano consigliato di tenere in camera un secchio d'acqua e uno di sabbia per fare fronte ai bombardamenti, misure che sapeva essere del tutto inutili di fronte alla furia degli incendi provocati dalle bombe. Riuscì a finire l'università, nonostante le infinite difficoltà, tra cui i treni spesso fermi e gli allarmi. A insegnare nelle scuole era molto richiesta, a Cuorgnè, Rivarolo, Favria, Pont, anche perché tutti gli insegnanti maschi erano stati richiamati alle armi. Del lavoro ricordava che il suo primo e il suo ultimo giorno di insegnamento erano stati alla Cresto di Castellamonte. Quando era andata in pensione aveva pianto, tanto era l'attaccamento ai suoi ragazzi».Parliamo di Cecilia, ragazza all'epoca del fascismo. Cosa raccontava della vita sotto il regime?«Ricordava che sotto il fascismo si viveva normalmente, non c'era altro e non si immaginava altro, si era cresciuti così. Lei era molto attiva: aveva fatto corsi da puericultrice, da infermiera, era stata istruttrice capo manipolo e vigilatrice in una colonia. La comprensione della vera natura del fascismo fu un'atroce delusione».Di che cosa fu testimone dopo l'8 settembre?«Dopo l'armistizio suo padre aveva dotato i suoi operai dell'officina di un tesserino, in italiano e in tedesco, per potersi muovere senza essere fermati, e aveva potuto farlo perché l'azienda, producendo pezzi per i carri armati, era utile ai tedeschi. Aveva dato il tesserino anche a ragazzi che sarebbero poi saliti tra i partigiani. Molti di loro sono diventati amici di famiglia, li abbiamo frequentati per anni. Tra questi Giuseppe Conti, i cui nipoti e pronipoti sono nostri amici tuttora. Si era ai primi del '44 e avvenne un fatto grave: Cecilia, la sorella Margherita e il papà furono messi in prigione a causa di un ragazzo siciliano che era stato arrestato con un fucile e, torturato, aveva fatto i loro nomi. La caserma dove erano prigionieri era sulla piazza, dove oggi si trova l'Hotel Astoria. Intervenne allora la mamma, rimasta a casa a occuparsi dell'amministrazione della fabbrica: minacciò di chiudere tutto e, visto che l'officina era utile a fini bellici, i tedeschi liberarono i prigionieri. Cecilia però chiese di restare nella prigione, perché voleva occuparsi delle partigiane malate e delle donne anziane lì presenti. Erano le mamme e le sorelle arrestate per fare pressione sui partigiani affinché si consegnassero. Lei voleva rimanere là. Lavorava in infermeria di giorno e la sera tornava a casa. Ne approfittava allora per portare alle donne un po' di latte, qualche mela o per assumersi l'incarico di portare qualche biglietto scambiato tra quelle donne e le famiglie fuori. Si arrivò così alla fine del settembre 1944: allora era Bertozzi il comandante del presidio della X Mas. Ringraziò Cecilia del lavoro svolto, ma le disse che, se per un mese gli aveva fatto un favore, se se ne andava gliene faceva due. Così salutò tutti».Siamo arrivati al 1944: cosa stava facendo Cecilia?«Nell'ottobre del '44 era tornata a lavorare a scuola. Arrivò Natale e lei e la mamma si recarono dai prigionieri con fogli e matite perché potessero scrivere ai parenti. Ricordava in particolare un ragazzo di Fornolosa, frazione di Locana, che la pregò di andare a parlare con la sua mamma: Cecilia ci andò in bicicletta. I rapporti con i partigiani erano frequenti, perché la loro casa aveva sul retro un prato che arrivava fino ai Ronchi e da lì i partigiani scendevano perché la casa era aperta a tutti. Arrivarono anche a tenere nascosto nel solaio un ferito. I partigiani arrivavano da dietro la casa, ma all'angolo c'era un posto di blocco: un giorno due partigiani furono sorpresi nell'ufficio e riuscirono a scampare all'arresto, uno fingendo di cercare dei fogli e l'altro mettendosi alla macchina da scrivere. Le donne cercavano di far trovare ai partigiani qualcosa da mangiare: mia madre ricordava ad esempio il loro caffè, fatto con il granoturco abbrustolito. Nell'agosto del 1944 avvenne un episodio curioso: all'epoca Cuorgnè apparteneva alla provincia di Aosta e lei dovette andarci per affari dell'azienda. Si trattava di arrivare a Ivrea in bicicletta e poi prendere il treno e così al ritorno. Era in ritardo sul coprifuoco e fu fermata ad un posto di blocco: un soldato della X Mas la accompagnò dal Pedaggio a casa. Una volta arrivati lei cercò di sdebitarsi offrendogli dei soldi per un caffè, ma lui non accettò. Due giorni dopo a Cuorgnè apparvero ovunque manifesti che annunciavano che la ditta Genisio era stata multata di 20mila lire per tentata corruzione a un ufficiale: l'uomo che aveva riaccompagnato mia madre era in realtà il tenente colonnello Quaglia, che lei non aveva riconosciuto e che si era offeso per essersi visto offrire degli spiccioli. La famiglia non aveva quella somma e inizialmente pagò un acconto di cinquemila lire. Abbiamo ancora quella multa, firmata proprio da Quaglia».Arrivò la fine della guerra. Come si vissero quei giorni a ridosso della Liberazione?«Tra il 24 e il 25 aprile Cuorgnè si arrese. Bellandy mandò proprio mia madre, una ragazza da sola, al comando tedesco, che si trovava sulla piazza dove si trova tuttora la Banca di Novara, e dagli alpini della Monterosa a chiedere che si arrendessero. L'incontro tra i partigiani e i militari della Monterosa era avvenuto proprio nella nostra casa. La trattativa fu condotta da Bellandy con l'intermediazione del parroco don Cibrario. I partigiani finsero un attacco alla caserma, così i fascisti prima svuotarono la caserma e poi si arresero. Di sera davanti a casa passarono tre camion di militari. Nella notte scesero i partigiani, prima i garibaldini. Cuorgnè fu la prima ad arrendersi, senza combattere. Fu una resa onorevole, senza spargimento di sangue».Sua madre partecipò al salvataggio del piccolo Massimo Foa con Mamma Tilde. Cosa ci può raccontare?«La mia famiglia conosceva il nonno di Massimo Foa perché vendeva acciaio. Quando si rese necessario trovare un rifugio al bambino e ai suoi genitori riuscirono a farli ospitare a Canischio, precisamente a Ca' 'd Badin, nei boschi. Molte persone arrivavano da Torino a causa dei bombardamenti o per sfuggire ai rastrellamenti, come in questo caso. I Foa dovettero poi scendere a Canischio, ma qui vennero denunciati, catturati dal Battaglione Folgore della X Mas e portati alle Carceri Nuove di Torino. Cecilia riuscì a far loro avere una bottiglia di latte mentre erano sul camion. Il piccolo venne salvato da Mamma Tilde».Quale fu la vita di Cecilia dopo la guerra?«Si sposò il 2 ottobre 1948. Il marito era tornato in Italia nel '46, dopo aver passato sei anni da prigioniero degli inglesi in India. Lui era geometra e lavorava alla ditta Parisi in Africa quando venne fatto prigioniero nel 1941 e condotto in un campo di concentramento con altri 11mila italiani. Mamma e papà ebbero cinque figli, ne persero uno all'età di sei anni e mezzo. Gli altri rimasero sempre vicini ai genitori. Nel 1974 ha ricevuto la Croce al merito di guerra per attività partigiana e nel 1977 dal ministero della Difesa la medaglia di benemerenza per i volontari della Seconda guerra mondiale, che riprende l'attestato di benemerenza già ricevuto nel 1963 dal Corpo volontari della libertà. Tra le sue carte un documento attestava la sua appartenenza alla razza ariana, il che le consentiva di insegnare in epoca fascista. Tra gli altri spiccano la tessera che certifica la sua appartenenza ai Servizi ausiliari delle formazioni Giustizia e Libertà della VI Divisione alpina canavesana e il telegramma che inviò al presidente Pertini per scusarsi di non poter partecipare alla visita che gli fecero i partigiani del Canavese. Si firmava orgogliosamente Cecilia Genisio Bernard, 1922 - VI Divisione Alpina Canavesana Giustizia e Libertà - Brigata Mario Costa - Distretto Militare di Torino - Cuorgné, via Galimberti 6». --Silvana Costa masser