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Andrea Scutellà / chivassoA leggere le contestazioni della procura di Ivrea, c'è da impallidire. Associazione a delinquere finalizzata all'allevamento abusivo di cani e alla loro vendita; abbandono e maltrattamento di animali per averli detenuti in condizioni tali da causargli malattie, nei casi di tre cuccioli mortali, e altre sofferenze; un bassotto venduto come sano ma in realtà cieco dalla nascita. Tutto, in un immobile fantasma in via San Francesco 50 di frazione Boschetto a Chivasso, che non era registrato come il luogo in cui era tenuto l'allevamento, che sarebbe stato acquistato costringendo un'impiegata delle Poste di Torino ad accendere un mutuo a suo nome. Le tre figure principali dell'indagine chiusa dal pm Daniele Piergianni e per cui ci sarà udienza preliminare il 5 maggio sono una madre e due figli, che si sarebbero garantiti un profitto di circa 230mila euro vendendo 396 cani dal 2018 al 16 ottobre 2023, quando un blitz dei carabinieri del nucleo Cites e della Forestale di Torino ha in parte frenato l'attività illecita. A capo dell'associazione, secondo la procura, c'era Patrizia Bisceglia, di 65 anni, e insieme a lei operavano i figli Matteo e Andrea Bava, di 27 e 35 anni. Tutti difesi dall'avvocata Rosalba Cannone, che sulla vicenda non intende rilasciare dichiarazioni. Secondo le contestazioni della procura era Matteo a pubblicizzare su siti di ecommerce come Subito.it e Usato.it dei cuccioli meticci, come di razza pura, poi insieme al fratello procedeva alle trattative via whatsapp e si occupava degli animali nello stabile. Per gli investigatori l'immobile era sovraffollato, era scarsamente illuminato e poco areato, aveva condizioni igienico-sanitarie inadeguate e, anzi, si trattava di un ambiente che permetteva lo sviluppo di malattie in alcuni casi mortali per gli animali, come la Giarda e il Parvovirus, che spesso venivano venduti come sani nonostante le avessero contratte. La procura sottolinea poi che neanche il sequestro del 16 ottobre 2023, quando la notizia aveva già fatto il giro d'Italia, sarebbe servito a fermare i tre. Perché avrebbero finto la morte di 23 cuccioli, al di sotto dei due anni e dunque senza microchip, per poi venderli intestandoli direttamente agli acquirenti, ignari, o a persone decedute. Tutto un filone dell'inchiesta, poi, riguarda una serie di estorsioni e anche episodi di usura, ai danni di due donne: l'impiegata delle poste di Torino e una signora di Leinì. Addirittura, tra le persone offese c'è anche Poste italiane, perché i tre avrebbero obbligato la donna a sottrarre dall'ufficio dei pacchi per loro. Oltre a poste sono persone offese anche l'Enpa, Guardie Zoofile, Leal e la Lega nazionale del Cane, rappresentata dall'avvocato Michele Pezone, che attraverso la sua presidente Piera Rosati ha fatto sapere: «Ci auguriamo che il processo possa fare piena luce su quanto accaduto e che eventuali responsabilità vengano accertate in modo rigoroso».Tra gli imputati ci sono anche tre veterinari: Emanuele Peccioli, 57enne di Montanaro, Maurizio Lanfranco e Renata Robotti, marito e moglie 71enni di Lauriano, accusati di falso per alcune registrazioni all'anagrafe canina. Gli avvocati Valerio Donato e Salvo Lo Greco, che li difendono, però, fanno sapere di aver già spiegato tutto in sede di interrogatorio e che i loro assistiti erano completamente all'oscuro dell'attività dei tre. --