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Andrea Scutellà / ivreaIl sostituto pg Marcello Tatangelo ha chiesto una riduzione di pena per i tre imputati che hanno fatto appello alla sentenza di primo grado sulla locale della 'ndrangheta di Ivrea, emessa con il rito abbreviato. Per Antonino Mammoliti, 60enne di Ivrea, difeso dall'avvocato Celere Spaziante, sono stati chiesti 6 anni e 6 mesi a fronte degli 8 comminati in primo grado. Mammoliti era ritenuto dalla sentenza di primo grado non solo parte integrante dell'associazione mafiosa, ma «punto di riferimento per tutti i sodali» che «trattava alla pari con esponenti di importati famiglie criminali». Un capo, in sostanza, una sorta di organizzatore della locale della 'ndrangheta sul territorio eporediese. L'accusa, tuttavia, ha ritenuto di aderire all'appello della difesa su una truffa che viene ritenuta non commessa. Francesco Vavalà, 70enne difeso dall'avvocato Ercole Cappuccio, è invece accusato di truffe aggravate dalla finalità di favorire un associazione mafiosa. Per lui l'accusa ha chiesto una riduzione di pena da 3 anni a 2 anni e 2 mesi. Anche per Stefano Marino è stata chiesta una riduzione da 5 anni e 6 mesi a 5 e 4 mesi, ma nel contempo c'è richiesta di riqualificare il suo concorso esterno in associazione mafiosa in reato associativo.Questione su cui il suo avvocato Ferdinando Ferrero darà battaglia quando toccherà alle difese esprimersi. Anche perché Marino era stato ritenuto dalla sentenza di primo grado niente più che la «longa manus» di Piero Speranza sul territorio, deceduto per cause naturali mentre era a processo, ma anche lui ritenuto un concorrente esterno nella locale della 'ndrangheta di Ivrea. Questo perché non è mai stata provata la sua affiliazione al sodalizio criminale, tanto che lui stesso negò, intercettato, che gli fosse stata «tagliata la coda», ovvero che fosse stato intrapreso il rito di iniziazione al sodalizio criminale. La sentenza di primo grado, però, dedica un capitolo di approfondimento ai rapporti tra Speranza e Domenico Alvaro, che pure non erano imputati in questo processo, ma in procedimenti separati. Alvaro, in realtà, sarebbe il boss: colui che ha portato la 'ndrangheta a Ivrea, pur abitando a Chivasso, il trait d'union mafioso tra le due città. Lui è figlio di Carmine (anche lui deceduto), della cosca "Alvaro Carni i cani", che viveva a Sinopoli in provincia di Reggio Calabria. La sentenza descrive «il comportamento ambiguo e opportunista che l'ha contraddistinto in tutta la sua carriera criminale» di Speranza. Dopo le truffe perpetrate con metodo mafioso per cui era stato condannato nell'operazione Batteria a Firenze, Speranza era diventato collaboratore di giustizia. Salvo, poi, tornare in Calabria con Domenico Alvaro - con cui i rapporti erano tutt'altro che idilliaci - per recuperare la fiducia del padre Carmine, dicendo frasi come «Voi fate parte di un antistato e io vi seguo a ruota» e «una volta anticamente io ho sbagliato fiume e ora recupero il fiume». Facevano parte dell'associazione e non hanno proposto appello anche Flavio Carta di Ivrea (difeso dall'avvocato Leo Davoli), condannato a 6 anni e Maurizio Aniello Buondonno di Samone (difeso dall'avvocato Enrico Scolari). --