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A piedi dall'Assemblée Nationale, nel suo ufficio di Palazzo Matignon, Sébastien Lecornu scarica la tensione e ripete al folto gruppo di reporter, telecamere e fotografi che non lo mollano di un centimetro: «Adesso al lavoro! Al lavoro con il dibattito sulla manovra!». Anche se con un margine di soli 18 voti, il Lecornu 2 ha finalmente preso il largo. Le mozioni di sfiducia presentate da La France Insoumise (LFI) e Rassemblement National (RN) sono state respinte. La strada continua ad essere in salita, c'è da scalare il muro della manovra finanziaria più difficile degli ultimi anni, 30 miliardi di euro, tagli, sacrifici e un parlamento senza maggioranza. Al quale Lecornu, per assicurarsi il voto dei socialisti, che hanno definitivamente abbandonato gli altri partiti di sinistra, ha promesso di non far ricorso al 49.3, l'articolo della Costituzione che dà facoltà al governo di far passare le leggi urgenti senza dibattito articolo per articolo ma soltanto con un voto finale, sul quale l'esecutivo pone la fiducia. Il «monaco soldato» di Emmanuel Macron, come si è autodefinito giorni fa Lecornu regalando agli oratori dell'opposizione un'immagine su cui ironizzare, ha fatto il pieno dei voti del centro e dei Républicains, oltre che di quasi tutti i socialisti. Il margine di 18 voti non ispira troppa sicurezza per il futuro, sarebbe stato più incoraggiante averne in riserva 24, come indicavano i calcoli della vigilia. La gauche è spaccata, il Nuovo Fronte Popolare delle passate elezioni non esiste più, i socialisti hanno mantenuto l'impegno di non votare con i compagni di coalizione se Lecornu avesse concesso loro il più importante dei «segnali di rottura» con il passato. --