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Divisa, segnata dalle tensioni e da un crescente malcontento: Ursula von der Leyen, la settimana prossima a Strasburgo, avrà di fronte a sé un'Aula dell'Eurocamera poche volte in passato così impegnativa. Il discorso dello State of Union giunge al tramonto di una delle estati più difficili per l'Ue. Nessuno o quasi, nei gruppi della maggioranza europeista, si dice contento dello stato di salute del Vecchio Continente. È c'è un tema, innanzitutto, che rischia di provocare l'implosione della Plenaria: l'intesa sui dazi firmata dalla presidente della Commissione in Scozia. Un accordo che i Socialisti non hanno alcuna intenzione di accettare a scatola chiusa. L'agosto di von der Leyen, del resto, è stato oggettivamente complesso. La questione dei dazi è, di fatto, ancora aperta con una coda sulle Big Tech americane che potrebbe innescare nuove tensioni tra Bruxelles e Washington. Al tema tariffe si è aggiunta la questione ucraina, con l'Ue costretta a rincorrere Donald Trump e con le frizioni emerse tra la numero uno dell'esecutivo comunitario e il cancelliere Friedrich Merz sull'invio di truppe come garanzie di sicurezza per Kiev. Frizioni che hanno alimentato i rumors - finora invero al quanto fumosi - su un possibile passo di lato di von der Leyen prima della fine del mandato. Non va meglio sul fronte mediorientale: la postura nei riguardi di Israele è oggetto di crescenti critiche. «La reazione europea è stata un fallimento assoluto», ha attaccato il premier spagnolo Pedro Sanchez, da tempo tra i più duri rispetto alla condotta di Benjamin Netanyahu. Su Gaza le crepe stanno emergendo anche all'interno della Commissione, e non solo tra quei funzionari che alcuni giorni fa, in una lettera hanno chiesto un intervento nei confronti di Israele, con la vicepresidente esecutiva Teresa Ribera, che ha usate pubblicamente la parola «genocidio» puntando il flop dell'Ue. --