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La «Sindrome di Stoccolma»: si fa un uso smodato di questa espressione, la si adatta a situazioni molteplici in cui si verifica una dipendenza affettiva nei confronti del proprio «sequestratore». La si usa, eppure non compare in nessun manuale psichiatrico. È la forza di un fatto di cronaca e del suo impatto sull'immaginario collettivo, che in queste ore torna alla ribalta con la morte di uno dei protagonisti della vicenda criminale che portò a coniare questa espressione. Clark Olofsson, scomparso a 78 anni dopo una lunga malattia: considerato il primo vero gangster svedese, ha trascorso buona parte della sua vita in carcere in seguito a condanne per tentato omicidio, rapina e traffico di droga. Ma è noto soprattutto per essere stato uno dei 2 carismatici criminali coinvolti nel rapimento che ha dato al mondo proprio la «Sindrome di Stoccolma». Olofsson raggiunse la notorietà nel 1973 in seguito ad una rapina in banca nella capitale svedese cui seguì una presa di ostaggi e una lunga trattativa con le forze dell'ordine. Il sequestro durò 6 giorni, i 4 ostaggi - 3 donne e un uomo - vissero la prigionia in un covo angusto, in uno spazio limitato, costretti a una vicinanza forzata. Una convivenza scandita dalla paura e dal terrore stemperati da piccoli atti di cura dei loro carcerieri: bastò una giacca di lana offerta per attutire il freddo, una parola, forse un contatto fisico minimo come una carezza. Briciole, ma sufficienti in quella circostanza estrema di privazione per sentire l'afflato di vita. Da qui la «gratitudine» verso i rapitori, e l'empatia, al punto che quando gli ostaggi vennero liberati questi si preoccuparono dell'incolumità dei propri carcerieri. E, prima di separarsi, li abbracciarono. Emozioni forti e contrastanti che furono al centro delle perizie psichiatriche usate per il processo, una delle prime volte che ciò accadeva. --