Senza Titolo
Il G7 scende a compromessi per salvare l'unità e strappa la firma di Donald Trump alla dichiarazione del gruppo sulla crisi in Medio Oriente. Ma solo dopo un lungo braccio di ferro risolto durante la cena e la modifica della bozza originaria. Il presidente americano aveva prima rifiutato la firma, poi l'escalation tra Israele e Iran ha reso urgente una risposta collettiva. Determinanti sarebbero state le pressioni del premier canadese Mark Carney, il padrone di casa, e del presidente francese Emmanuel Macron, i due leader tra cui The Donald era seduto in tutti gli eventi della prima giornata. Anche Giorgia Meloni si sarebbe spesa per coinvolgerlo, insieme al cancelliere tedesco Friedrich Merz. Ma Trump voleva evitare un appello diretto ai due contendenti in una fase in cui la soverchiante potenza di fuoco israeliana può costringere Teheran ad un accordo. O a una «resa incondizionata», come ha chiesto ieri. Il tycoon puntava su «qualcosa di meglio di un cessate il fuoco». L'iniziale appello per la de-escalation da entrambe le parti è stato quindi diluito accogliendo espliciti riferimenti alla sicurezza di Israele e alla minaccia dell'Iran. Una formulazione più gradita a Trump, che alla fine quindi ha ceduto per una combinazione di fattori: l'intensificarsi del conflitto, il pressing diplomatico dei partner europei e canadesi, e un testo che rispondeva alle sue linee rosse, in particolare il sostegno a Israele e la contrarietà al nucleare iraniano. Ne è uscita un'articolata «dichiarazione dei leader G7 sui recenti sviluppi tra Israele e Iran». --