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Giorgia Meloni si prepara a riunire oggi pomeriggio la task force di ministri per valutare, settore per settore, le ricadute dei dazi Usa sulle produzioni italiane. Ci saranno Giancarlo Giorgetti (Economia), Adolfo Urso (Imprese), Francesco Lollobrigida (Agricoltura) e Tommaso Foti (Affari europei), oltre ai vicepremier. Poi, con Matteo Salvini e Antonio Tajani, dovrebbe avere un incontro ristretto, in cui potrebbero prendere forma le mosse successive, dalle tutele per le categorie più colpite a una possibile missione a Washington su cui, dietro il massimo riserbo, sono in corso interlocuzioni diplomatiche e valutazioni di opportunità politica. Il vertice fra i leader arriverebbe all'indomani dell'opa lanciata dal leghista sul Viminale, accolta dal gelo di FI ma soprattutto di FdI. Fibrillazioni su cui Meloni sorvola nel suo videomessaggio al congresso della Lega, assicurando che «andremo avanti pancia a terra fino a fine legislatura», rispettando il «programma punto per punto», inclusi premierato, riforma della giustizia e Autonomia differenziata. Nel calendario a breve termine potrebbe entrare la missione a Washington. Secondo varie fonti potrebbe essere collocata nella prima metà della settimana di Pasqua, prima dell'arrivo del vicepresidente americano JD Vance a Roma. Ma sul viaggio sono in corso riflessioni approfondite. Dai meloniani da giorni filtra la convinzione che, se la leader volerà negli Usa, sarà per esercitare quel ruolo di pontiere fra Washington e Bruxelles predicato in questi mesi. massima cautela Non è detto, però, che la vedano così alcuni partner europei come Francia, Germania e Spagna. E in ambienti di governo il tema è trattato con la massima cautela, senza nascondere il rischio di un bilaterale nello Studio Ovale proprio nei giorni in cui l'Ue (il 15) lancerà le contromisure ai dazi su acciaio e alluminio. Parlando alla platea della Lega, che preme per trattative bilaterali con Trump, la premier definisce il governo pronto «a mettere in campo tutti gli strumenti necessari per sostenere le nostre imprese e i nostri settori che dovessero risultare penalizzati». E strappa applausi ribadendo che chiede «con forza all'Europa di rivedere le normative ideologiche del Green Deal e l'eccesso di regolamentazione in ogni settore, che oggi costituiscono dei veri e propri dazi interni che finirebbero per sommarsi in modo insensato a quelli esterni». «Non facciamoci prendere dal panico», il messaggio condiviso dal presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, secondo cui bisogna «dialogare con gli Stati Uniti ed è l'Europa tutta insieme che deve negoziare», ad esempio «sulle Big Tech e sull'acquisto del gas». Domani a Palazzo Chigi, nel confronto con le categorie imprenditoriali, si parlerà soprattutto di soluzioni interne, con le imprese che premono anche per lo spostamento di risorse dal Piano Transizione 5.0 ai contratti di sviluppo. --