Da 25 anni guardaparco nel Gran Paradiso Raffaella osserva e custodisce la natura

CERESOLE REALE Dal 1947, da quando è stato istituito il Corpo di sorveglianza del Parco nazionale Gran Paradiso, con stretti compiti di vigilanza del territorio e di contenimento del bracconaggio, le strategie operative dei guardaparco si sono modificate nel tempo, acquistando peculiarità e specializzazioni nei diversi ambiti che caratterizzano il prezioso e affascinante ambiente naturale alpino. Incuriositi da cosa facesse esattamente il guardaparco ci siamo rivolte a una di loro, una donna, Raffaella Miravalle, 53 anni, nata a Chieri, originaria di Pecetto Torinese ma attualmente residente a Ceresole Reale. E spiega: «L'essenza della mia attività lavorativa rimane quella del controllo del territorio, in un rapporto simbiotico con i tempi naturali della montagna e degli animali che la popolano, svolta grazie a un orario che accompagna questo lavoro nella sua dimensione esclusiva: alba-tramonto, un ritmo di servizio che permette il contatto con gli animali nel loro habitat naturale e quindi una maggiore protezione». L'evoluzione moderna della figura professionale vede il guardaparco attivarsi su più campi che spaziano dall'educazione ambientale nelle scuole, l'analisi dei cambiamenti climatici sul territorio (rilevazioni dei ghiacciai), operatività con organismi e comunità locali, collaborazioni con altri enti (stratigrafie del manto nevoso e prove di stabilità per i bollettini valanghe dell'Arpa), monitoraggi di fauna e flora, stretta collaborazione con il Servizio scientifico e biodiversità e con le Università ai fini della ricerca e della conoscenza e non per ultimo il controllo e la protezione di fragili spazi montani presi d'assalto dalla crescente pressione turistica, soprattutto in alcuni settori del Parco.Come coniuga una donna un lavoro così impegnativo? «Al femminile, a mio parere, l'impegno non cambia ma acquisisce specificità, sensibilità, precisione e determinazione in molti campi. La prima donna al Parco è arrivata negli anni '80, poi altre a seguire e ormai fortunatamente non siamo più una novità!».Ci racconti di lei. Come ha iniziato e da cosa deriva questa profonda passione per la natura?«Faccio questo lavoro da 25 anni, mi sono trasferita immediatamente in Valle Orco, a Ceresole Reale, per conciliare la mia vita personale con la mia destinazione di servizio ed ammetto che da 25 anni la meraviglia e lo stupore per la natura e per questa preziosa e straordinaria attività lavorativa si rinnova e si amplifica. Sicuramente una passione coltivata sin da piccola, un sogno trasmesso, nutrito e condiviso con mio padre. Ho visitato per anni da piccina, con la mia famiglia le valli del Parco, soprattutto la valle Orco e questo lavoro è stato da sempre il mio obiettivo che si è realizzato con il concorso bandito nel 1999, che ho passato entrando in graduatoria. Il resto è un sogno vissuto dal primo marzo del 2000 sino ad oggi».Immagino che ci siano molte attività da svolgere durante la giornata e che le più siano molto faticose...«Sì non c'è una giornata tipo perché le attività che si alternano sono legate al ritmo delle stagioni, che è la componente principale che caratterizza il nostro lavoro: in inverno si seguono gli spostamenti degli animali che spesso si abbassano vicino ai centri abitati, specie i più senescenti e in caso di abbondanti nevicate; poi salgo settimanalmente in quota con gli sci per i rilievi Aineva (Associazione interregionale di coordinamento e documentazione per i problemi inerenti alla neve e alle valanghe, ndr) sul manto nevoso per i bollettini valanghe. Ci si muove anche con le ciaspole, spesso per salire alle case del Parco, o per particolari monitoraggi del territorio e della fauna». Sono tante le ore dedicate alle osservazioni degli animali? «Sì. Si spendono tantissime ore nell'osservazione dei grandi rapaci, soprattutto nel periodo della riproduzione (gipeto, aquila reale) e in primavera iniziamo i censimenti galliformi (fagiano di monte, pernice bianca). Le giornate estive sono molto lunghe e faticose. È il periodo durante il quale ci dedichiamo al conteggio delle principali specie presenti nel Parco (camosci e stambecchi), ai campionamenti delle specie di interesse per la ricerca della biodiversità e al monitoraggio dei corpi glaciali presenti nelle conche più elevate racchiuse sotto le cime principali del complesso montuoso del Gran Paradiso». Di solito sono i bambini a essere i primi appassionati di questo mondo. Che ne pensa?«Oggigiorno c'è stato un distacco dalla natura, ahimè, il che mi porta a fare molta attività di educazione ambientale. Vedo molti bambini del tutto scollegati dal mondo naturale e troppo dipendenti dai dispositivi tecnologici. Sono molto importanti anche questi, intendiamoci, telefoni, palmari e computer sono ormai attrezzature utilizzate quotidianamente anche da noi guardaparco per lo svolgimento di molte mansioni, ma per fare questo lavoro è necessaria una spiccata sensibilità e propensione nei confronti del mondo naturale che ci circonda, una forte passione per l'ambiente montano, la curiosità e il desiderio di scoperta e conoscenza della vita animale e soprattutto la tenacia e la determinazione nel volerlo conservare e proteggere». Oltre alla passione e alla cura e osservazione suppongo abbia una grossa responsabilità. È così?«Sì, sicuramente la mia responsabilità professionale si lega con la protezione e la conservazione del territorio dell'area protetta e delle specie che ci vivono; a questa si aggiungono le attività condivise con le comunità locali e la raccolta, comunicazione e trasmissione di dati ambientali fondamentali per la ricerca scientifica e per le variabili meteorologiche che stanno rivelando i pesanti effetti dei cambiamenti climatici».Ci sono anche dei rischi legati alla sua incolumità? «Beh i rischi sono dettati principalmente dall'ambiente naturale in cui si opera, che si può manifestare con eventi naturali dai quali occorre proteggersi (frane, valanghe, forti temporali). Ma talvolta si può incorrere anche in rischi di complesse interazioni di carattere antropico, soprattutto in zone pesantemente interessate da pressione turistica, dove spesso si incontrano persone poco educate e sicuramente non preparate ad incontrare e rispettare l'ambiente fragile e vulnerabile in cui si trovano». C'è qualche alert climatico che lei ha avuto modo di constatare in questa sua lunga esperienza in campo? «25 anni di attività sono relativamente pochi se si parla di cambiamenti climatici, ma già sufficienti, vista la rapidità delle variazioni attuali, per osservare e segnalare le alterazioni che modificano il paesaggio e il comportamento degli animali. Dal punto di vista del paesaggio, il sintomo più evidente del riscaldamento globale lo manifestano sicuramente e con rigore i regressi dei ghiacciai. Le fronti, soprattutto dei corpi glaciali dei versanti montani esposti a sud, come le nostre valli canavesane (Orco e Soana) sono in ritiro spaventoso e drammatico, le pareti scoperte dal permafrost soggette a frane continue, i ghiacciai perdono di spessore e si ricoprono di detriti. Nel giro di pochi anni credo che alcuni di questi in maggiore difficoltà scompariranno completamente. Anche alcuni animali accusano le problematiche del riscaldamento climatico: gli stambecchi, per esempio, salgono sempre più in quota, soprattutto le femmine con i piccoli e diventa più complesso il loro conteggio e avvistamento nei periodi estivi, ma anche in primavera non si contano più i grossi branchi in fondovalle come si osservavano anni fa. I relitti artici legati agli ambienti innevati come la lepre variabile e la pernice bianca riflettono le complessità degli ambienti d'alta quota sempre più poveri di precipitazioni nevose, perdendo habitat e territori».Vuole dare qualche suggerimento circa i comportamenti da tenere per essere amici dell'ecosistema in cui viviamo? «Sicuramente, prima di entrare in questi territori protetti, è bene informarsi correttamente sulle regole da rispettare (leggi e regolamenti sono consultabili sul sito del Parco e si rinvengono sugli opuscoli disponibili nei centri visitatori e uffici turistici nei comuni della zona). Su terreni innevati occorre esaminare i bollettini valanghe emessi dall'Arpa ed è sempre consigliato guardare le previsioni meteorologiche prima di programmare un'escursione. Per tutelare, custodire e salvaguardare gli habitat unici e inestimabili del nostro Parco nazionale è necessario incamminarsi in punta di piedi e godere dei silenzi e delle meraviglie offerte dalla purezza dell'alta montagna». --fLAVIA ZARBA