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Generali e Natixis del gruppo Bpce approvano il protocollo d'intesa sul risparmio gestito annunciato a novembre per creare un colosso da 1.900 miliardi di masse gestite e 4,1 miliardi di ricavi. A dare l'annuncio i rispettivi numeri uno: l'amministratore delegato del Leone di Trieste Philippe Donnet e il suo omologo Nicolas Namias, alla guida del gruppo transalpino delle banche popolari che controlla Natixis. Il percorso La joint-venture tra le controllate Generali Investment Holding (Gih) e Natixis Investment Managers (Nim) dovrebbe partire a inizio 2026, a valle delle approvazioni delle Autorità coinvolte e del governo italiano per il golden power. Come spiega lo stesso Namias l'operazione è limitata al risparmio gestito e non coinvolge le altre attività. «Stiamo creando un campione dell'asset management (gestione dei patrimoni, ndr) - afferma - e tutto il resto rimane nelle due compagnie, perché asset management e owner management (gestione proprietaria) sono due cose distinte». «Abbiamo sottoscritto un protocollo d'intesa non vincolante - prosegue - e saremo in grado di sottoscrivere l'accordo definitivo solo dopo aver esaminato diverse questioni e consultando i rappresentanti dei lavoratori». I contrari La precisazione offre lo spunto a Donnet per prendere posizione sulle critiche espresse dai soci di Generali contrari all'accordo: il gruppo Caltagirone con il 6,23% e Delfin (famiglia Del Vecchio) con il 9,77%. Dai due gruppi, che come messo in risalto in questi giorni anche da media internazionali come Bloomberg giocano alcune partite finanziarie con un visione simile ma con decision making finanziaria separata e indipendente, potrebbe partire la richiesta di sottoporre il progetto al voto assembleare, sottolineando che con Natixis viene messa in discussione la «sovranità finanziaria» del Paese. «Non commento l'ipotetica iniziativa di alcuni azionisti», spiega Donnet sottolineando che «il cosiddetto rischio di perdita di sovranità finanziaria è una battuta». Inoltre la compagnia «resta in Italia e tutte le decisioni prese resteranno in Italia». In particolare - sottolinea - sui Btp le decisioni «spettano al Cda di Generali, così è e così resta». Esprime dubbi però il senatore di FdI Fausto Orsomarso, capogruppo nella Commissione finanze e responsabile banche del partito, che teme «impatti rilevanti per l'Italia ed i suoi risparmiatori». Critici anche Andrea de Bertoldi (misto), Roberto Morassut (Pd) e Francesco Emilio Borrelli (Avs). Generali e Bpce parlano invece di joint-venture paritetica, con una «equilibrata struttura che riflette il controllo condiviso». --