Merito e bamboccioni tra scuola e pedagogia
IvreaParole ed espressioni della lingua italiana che usiamo abitualmente senza conoscerne l'origine, che poi diventano parte integrante del bagaglio culturale quotidiano. A spiegarne il meccanismo è il linguista eporediese Ugo Cardinale, che per questa uscita della rubrica si concentra sul termine merito e sulla denominazione bamboccioni.A proposito del meritoPerché la nuova denominazione del Ministero dell'Istruzione con l'aggiunta dell'espressione "del merito" ha suscitato tante reazioni negative? Come è cambiata la società italiana da quando i nostri costituenti introdussero l'art. 34: «La scuola è aperta a tutti. I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi»? Merito deriva dal latino meritum, merere, e significa diritto alla stima, alla riconoscenza, alla giusta ricompensa (materiale, morale) acquisito in virtù delle proprie capacità, del proprio impegno, delle opere, prestazioni, qualità, etc. Non è facile ricostruire la trasformazione progressiva della connotazione della parola "merito" che ha portato all'opinione attuale che sembra per lo più osteggiare nella scuola il riconoscimento di un premio legato al valore e all'impegno.Si deve certamente dare atto a Luca Ricolfi, nel suo ultimo interessante libro "La rivoluzione del merito", di aver provato a cercarne il vizio d'origine e di averlo trovato nella scelta della classe dirigente, a partire dagli anni Sessanta, di smantellare uno dopo l'altro i vincoli che regolavano il sistema scolastico, anziché "mantenerne alto il livello, aiutare chi non ce la fa, premiare e accompagnare i migliori" attraverso borse di studio. E se le argomentazioni di Ricolfi in favore del merito, ma non della meritocrazia (la cui connotazione insidiosa è già in quella componente kratos, che indica potere, forza, dominio), appaiono sostanzialmente condivisibili e convincenti, non del tutto convincente appare invece l'attribuzione soprattutto a don Milani del ruolo di principale "maÎtre à penser" del '68, momento-chiave di questa svolta. Molto più puntuale e illuminante appare invece la ricostruzione del brodo di coltura della deriva del sistema scolastico, fatta da chi fin dalla sua genesi l'ha combattuta sulla propria pelle e che ne è stato suo malgrado lucida Cassandra. Mi riferisco a Fabrizio Canfora, intellettuale di spessore, che dopo aver militato nel Partito d'Azione e nel Psi con Lussu, fu impegnato, ma purtroppo a volte inascoltato, nelle file del Pci; docente di storia e filosofia al liceo classico Orazio Flacco di Bari e padre del noto filologo e storico Luciano Canfora; autore di un pamphlet "Quale scuola?" che include alcuni suoi articoli del periodo 1973-1977, raccolti in un volumetto, ripubblicato lo scorso anno da La scuola di Pitagora. La ripubblicazione odierna conferma la natura scottante e attuale di quel libretto che può ben essere considerato un documento prezioso come testimonianza storica, ma anche lucida diagnosi di un male odierno che viene da lontano. L'opuscolo ripercorre con passione civile e vis polemica tutta la stagione di improvvisati provvedimenti legislativi adottati da cosiddetti «corruttori, colpevoli di lesa società», sull'onda del movimento studentesco che chiedeva «esami di gruppo, voto unico, anti- nozionismo, anti-meritocrazia. "Così, non potendosi dare una politica efficiente, gli si è data in cambio una pedagogia facilistica, indulgente». I bamboccioniAlla classe dirigente di quegli anni viene imputato dall'autore una sorta di mammismo nei confronti di "permanenti bambocci", antenati, ma abissalmente diversi, dei cosiddetti "bamboccioni" del 2009, citati in neologismi Treccani, così definiti dal ministro Padoa Schioppa, ma in realtà espressione della generazione precaria dei mille euro cantata da Marco Peroni. Altro motivo di rimprovero il pedagogismo zuccheroso, con la grave responsabilità di una scelta deleteria: l'assenso all'idea di poter tagliare alla radice le disuguaglianze con il voto unico, con l'irrisoria parità della promozione generalizzata in una scuola facile e il susseguirsi di provvedimenti legislativi sull'onda di tale demagogia, che danno ragione alla previsione che con lucidità Canfora aveva così formulato: «Metodi così diseducanti, se generalizzati nel paese, ne disintegrano le strutture nel corso di una sola generazione. Né giova che sia data ad essi da taluni di codesti formulatori la patina o lo schermo dell'egualitarismo marxista. Non è egualitarismo, non è diritto allo studio garantito a tutti, quello che si consegue in una scuola (intenzionalmente?) svilita: i giovani delle classi subalterne in una società divisa in classi restano fatalmente allo stato subalterno della classe a cui appartengono, con in più in tasca solo la beffa d'un titolo di studio che ha perduto valore; gli altri, i giovani dei ceti dominanti e agiati, conservano i tradizionali mezzi di cui dispongono (censo, aderenze, scuole privilegiate, ecc.) per rimanere nel ceto di loro provenienza e impedire ch'esso perda o indebolisca la propria posizione di potere, di egemonia». --Ugo Cardinale