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Dai festeggiamenti al rammarico. All'indomani dell'intesa dei ministri delle Finanze europei sul nuovo Patto di stabilità, l'Europa resta a guardare il voto con il quale il Parlamento italiano mette la parola fine alla riforma del fondo salva-Stati. Ora il completamento dell'Unione bancaria è a rischio - è il monito comune dai toni duri del direttore generale del Mes, Pierre Gramegna, e del presidente dell'Eurogruppo, Paschal Donohoe - con il paracadute per le crisi bancarie previsto nella nuova versione del Mes che, senza il sì dell'Italia, non potrà più essere azionato il 1 gennaio come invece concordato da tutti i leader nel pieno della crisi del Covid. E se per il governo si tratta di un'occasione per avviare una riflessione sullo strumento, per i vertici comunitari è l'ennesima occasione persa per avvalersi di un'arma in più per difendersi dagli choc economici che - è il ragionamento che circola a Lussemburgo - sono «imprevedibili» e mettono a repentaglio la stabilità finanziaria dell'Eurozona. Accompagnato dallo stigma per il ruolo nel salvataggio lacrime e sangue della Grecia, il Mes farebbe da paracadute al fondo salva-banche Srf (il Fondo unico di risoluzione europeo alimentato dalle banche stesse) scongiurando che siano i governi nazionali a dover mettere mano al portafoglio in caso di crisi creditizia. Un duplice tentativo di prevenire le crisi invece di curarle con dolorosi programmi di aggiustamento, e di contenere i rischi di contagio. Ma senza il sostegno dell'Italia, per Donohoe, viene a mancare «una pietra miliare importante verso il completamento dell'Unione bancaria». Una Unione già tormentata dalle visioni contrapposte di falchi e colombe, con la ratifica del trattato tenuta in ostaggio anche a Berlino per un ricorso - poi respinto - promosso dai liberali tedeschi per i timori di «un trasferimento di poteri sovrani» incostituzionale e di condividere i rischi con i mediterranei. --