Chiesto l'ergastolo per Renzo Tarabella La decisione legata a una consulenza
Mauro Giubellini/ rivarolo canavesePer Renzo Tarabella, 85 anni, assassino reo confesso e autore della strage di corso Italia - così l'ha definita più volte l'accusa - è stato chiesto l'ergastolo e sei mesi di isolamento diurno. Ma, con un clamoroso colpo di scena, Vincenzo Maria Bevilacqua che presiede la Corte d'Assise di Ivrea, ha rimandato la sentenza finale al prossimo 17 ottobre perché ha ritenuto necessario un ulteriore approfondimento sulla perizia che lo stesso tribunale aveva richiesto alla sua consulente, dottoressa Patrizia De Rosa. In sostanza e parole semplici: alla luce dei quaranta serrati minuti di interrogatorio a cui martedì mattina si è sottoposto l'uomo che all'interno dell'alloggio dove viveva, nella notte tra il 10 e l'11 aprile 2021 uccise quattro persone, si è ritenuto necessario capire se all'epoca dei fatti fosse in grado o meno di intendere e di volere.la notte di sangueRenzo Tarabella giustiziò con un colpo alla testa il figlio disabile Wilson. Stessa sorte riservò alla moglie Maria Grazia Valovatto. E successivamente ai coniugi Dighera, vicini di casa e proprietari dell'alloggio che gli affittavano. La ricostruzione dei fatti scrupolosamente fatta dagli investigatori dell'Arma in mesi di lavoro è aderente a quanto raccontato in aula dal pensionato.Dinamica che con lucidità ed efficacia ha illustrato il pubblico ministero Lea Lamonaca cercando di dimostrare che sia l'omicidio dei due congiunti prima e dei Dighera poi fu premeditato e frutto di un piano diabolico. Tarabella ha ucciso il figlio Wilson, diversamente abile, 51 anni, e poi la moglie moglie Maria Grazia Valovatto, 79 anni. Entrambi nel loro letto e vestiti del solo pigiama. Attese poi pazientemente il ritorno dei padroni dell'appartamento nel condominio Raffaello in corso Italia (in cui abitava dal 2004), Osvaldo Dighera, 74 anni, e della moglie Liliana Heidempergher, 70 anni. Attirò con una scusa nell'alloggio Osvaldo e lo freddò. Poi fece lo stesso con Liliana, maestra in pensione. Tentò poi il suicidio sparandosi in bocca. Un tentativo non letale. L'imputato, in buona salute, seppur accompagnato su una sedia a rotelle e con, a suo dire, problemi di udito si è presentato in aula per raccontare la sua verità. la versione del killerRenzo Tarabella, e lo si evince chiaramente rivedendo anche le registrazioni video durante la deposizione, appare lucidissimo nell'illustrare alla corte le risposte a talune domande mostrando invece vistose difficoltà di comprensione a rispondere a quelle che lo avrebbero messo in difficoltà. Questo, nonostante il presidente Bevilacqua, lo avesse messo, con straordinaria pazienza, nelle condizioni di dettagliare sia sulle prime che sulle seconde.«Eravamo stufi di condurre quella vita fatta di sacrifici e sofferenze. Io e mia moglie eravamo d'accordo a farla finita. Ne avevamo parlato più volte. Anche nei giorni prima dei fatti. Era stata propio mia moglie a suggerirmelo. Fallo tu perché io non ne ho la forza», ha spiegato sollecitato dal suo avvocato Flavio PivanoPoi una sorta di autoassoluzione perché «ci avevano lasciati soli» e «la colpa è anche del Covid che ci impediva di uscire di casa».La parola handicappatoMa perché allora uccidere anche Osvaldo Dighera e la moglie Liliana? «Perché Dighera mi aveva mortificato chiamando mio figlio handicappato. Mi disse "il figlio è tuo e telo tieni"». Il tema della parola handicappato è stata più volte usata dall'imputato per spiegare la sua furia omicida. Che ha cambiato però più volte versione in aula sulle modalità dell'esecuzione, contraddicendosi di continuo e chiarendo che se «avesse voluto avrebbe potuto uccidere anche la figlia dei Dighera», Francesca che bussò alla sua porta per avere notizie dei genitori che stava cercando da ore ma risparmiata perché lei «non c'entrava». Ma allora Liliana? «Mi ha aggredito quando ha visto il marito a terra». Quattro le strade indicate dal killer per spiegare il suo gesto: la solitudine a cui era stato condannato dai servizi sociali prima e dal Covid poi. La richiesta della moglie. La presunta offesa fatta al figlio disabile da Osvaldo Dighera e l'aggressione verbale subita. «Mi ha dato fastidio. Lo avesse chiamato diversamente abile o non autosufficiente avrei preferito», ha ricordato Tarabella rispondendo alle domande del suo avvocato Flavia Pivano ma ha taciuto o ha finto di non capire quando il pm Lea Lamonaca gli faceva notare tutte le incongruenze del suo racconto facendo trasparire come invece «l'efferato delitto sia stato studiato in tutti i dettagli» sia quello dei suoi familiari con un colpo alla testa che «quello dei Dighera, invitati ad entrare in casa con il preciso scopo di assassinarli». Ma in quei momenti il pensionato era in grado di intendere e di volere? E la domanda che si è posta la corte. --