Sfruttati dalle App per un pugno di euro viaggio tra rider senza contratti e tutele

Riso cantonese e pollo alle mandorle. Lin Chi ha 32 anni, è vietnamita, viene da Quang Ngai, nella parte centrale del Paese. Nessuno qui ne sa più nulla ma i più anziani ricorderanno la strage di Milay, 500 civili massacrati dall'esercito americano in guerra contro i Vietcong. Lei lavora a Torino, nel ristorante di famiglia, vicino a Porta Palazzo. Il riso e il pollo finiscono nel cubo verde di Ahmad, 28 anni, afghano. È lui il ragazzo del cubo. Eri all'aeroporto di Kabul, tra i tanti che tentavano di scappare prima dell'arrivo dei talebani? «No, io avevo capito prima. Sono scappato nel 2015. Con la mia famiglia. Non tutti. Mia sorella era piccola ed è rimasta a studiare là». Ancora adesso? «No, è una donna. Adesso non la fanno studiare. Per questo sto cercando di farla arrivare qui». Come sei arrivato tu? «Avevo vent'anni. Abbiamo viaggiato a piedi: Afghanistan, Turchia, Grecia. Poi la strada lungo i Balcani. Siamo arrivati fino in Germania dove un gruppo di noi aveva i suoi parenti». Perché non ti sei fermato là? «Io non avevo parenti e non ho un titolo di studio. Non ho studiato. Solo qui in Occidente ho capito quanto sia importante lo studio». Quanto guadagni con il cubo sulla schiena? «1.000-1.200 al mese. Non tanto ma neanche poco. Perché vivo da solo. Pago l'affitto e mando qualcosa ai parenti quando si riesce».Li chiamano rider ma spesso sono migranti. Umanitari? Economici? E chi può dirlo? Vista dall'Occidente la loro vita è un caleidoscopio: a seconda del punto di osservazione cambia colore. Quelli come Ahmed suscitano pietà quando si aggrappano agli aerei in fuga da Kabul. Ci indignano quando i loro figli muoiono sulla spiaggia di Bodrum. Diventano invasori quando entrano nei centri di prima accoglienza del Sud Italia. Alla fine sono fortunati se guadagnano quattro euro con una corsa per portare la pizza margherita.Imran, pachistano «di un paese vicino a Islamabad», ha 35 anni, è arrivato in Italia come Ahmed, seguendo la rotta balcanica. Turchia, Grecia, Albania, fin su in cima alla costa adriatica. «Dopo due anni, finalmente, ho il permesso di soggiorno», dice raggiante. Dove vivi? «Ho una stanza in un alloggio con i miei amici». Quanto guadagni con il cubo sulla schiena? «30-40 euro al giorno durante la settimana, 50-60 nel week end». Hai una fidanzata? «Si, una ragazza pakistana come me. Ha 20 anni». Vive con te in Italia? «No, è in Pakistan». Vi siete scelti voi o hanno combinato le famiglie? «Scusa, non capisco bene l'italiano». Te lo dico in inglese... «L'hanno scelta le famiglie». E lei è d'accordo? «Certo». Riesci a sopravvivere portando le pizze? «D'inverno porto le pizze qui a Torino. D'estate vado in Emilia Romagna a raccogliere la frutta. Così mi arrangio».Sarebbe un errore pensare che quello del rider sia un mestiere per soli immigrati. La crisi non ha etnia, vale per tutti. Da quale Paese del magreb vieni? «Ah ah, ci sei cascato anche tu. Io vengo dalla Sicilia, mi chiamo Rosario. Non ti preoccupare, in tanti si sbagliano. Tra di noi mi chiamano l'arabo, mi parlano in arabo. Io non capisco nulla. Ma ho la carnagione scura, è normale». Non sei più giovanissimo. Dove trovi la forza per pedalare tutto il giorno? «Ho 40 anni, finora non ho trovato di meglio. Ma per la fatica mi sono organizzato». In che senso? «Da un anno pedala lei. È elettrica». Beh in questo modo hai risolto il problema principale... «Vuoi che ti dica? Il problema principale della vita da rider non è pedalare. È la stronzaggine di certi clienti. Questi per esempio, quelli da cui sono andato adesso. Abitano al quinto piano senza ascensore, sono ragazzi giovani e non scendono a prendersi il pacco. Devi salire tu, naturalmente senza mancia». Quanto metti insieme in un mese? «Più o meno mille euro». Come vivi? «Sopravvivo. Ma non ho famiglia, condivido l'alloggio con altri e non ho molte pretese. Quando guadagno, nel fine settimana riesco a limitare il lavoro il sabato e la domenica. Con due ore me la cavo e ho un po' di tempo libero». È importante? «Importantissimo».Da anni Mohammed non sa che cosa sia il tempo libero. Lo incontri sotto i portici di via dell'Indipendenza, nel cuore di Bologna, davanti al forno che deve consegnargli cinque pizze. Da dove vieni Mohammed? «Da Quetta, in Pakistan». Come sei arrivato qui? «A piedi». Google map dice 6.331 chilometri, 50 giorni per chi vuole fare un trekking esotico: «Ma io ci ho messo due anni». È partito nel 2019, a 22 anni. Perché sei andato via? «Perché ho litigato con mio zio che era il padrone della famiglia». Come incasellare questa motivazione nei minuziosi protocolli europei? Mohammed è un migrante economico, perché lo zio-padrone non gli lasciava la libertà di spendere? Fugge per ragioni umanitarie? O più semplicemente scappa da un mondo povero, patriarcale e insopportabile come hanno fatto milioni di persone nella storia dell'umanità? «Non ne potevo più. Mi sono diplomato in informatica e ho vinto una borsa di studio da 150.000 rupie. Allora valevano 1.000 euro, adesso sono la metà. Ho dato i 1.000 euro a un conoscente che organizzava i viaggi a piedi e siamo partiti». Che cosa hai detto in famiglia? «Una mattina sono uscito dicendo che andavo a cercare lavoro in una città vicina. Poi sono partito per l'Iran e la Turchia». Viaggio lungo e costoso: «Infatti in Turchia ho finito i soldi. Ho trovato lavoro in un'azienda che produceva magliette. Come le t-shirt che vedi nelle vetrine qui, sotto i portici del centro di Bologna». Quanto tempo hai lavorato nelle magliette? «Tre mesi, poi sono andato in Grecia». Magliette anche in Grecia? «No lì ho fatto l'agricoltore. Raccoglievo le olive, facevamo l'olio». E poi? «Di nuovo in marcia: Macedonia del Nord, Serbia, Slovenia, Italia». E qui il rider. Riesci a vivere con il trasporto delle pizze? «Si. Sono single e abito con altri ragazzi in un alloggio di Borgo Panigale, in periferia. Pago 200 euro di affitto». Mohamed, hai 26 anni, un diploma da informatico e un cubo sulla schiena. Che cosa pensi di fare da grande? «Ho un sogno: voglio andarmene dall'Italia e trasferirmi in Svizzera». Beh, in Svizzera sarà difficile sopravvivere come fai qui in Italia: «Voi attribuite molta importanza al lavoro. Noi meno. Per me l'importante è vivere. Mi interessa vedere come si vive in Svizzera. Prima ci andrò e poi mi troverò sicuramente un modo per campare». --© RIPRODUZIONE RISERVATA