Da Samone alla Svizzera per diventare ingegnere delle fonti energetiche
SamoneTommaso Damino, classe 1994, è un ragazzo canavesano, originario di Samone, che dopo il liceo si è trasferito in Svizzera per studiare e che oggi lavora lì come ingegnere, forte della sua professione e del percorso che dal nostro territorio l'ha portato oltre i confini nazionali. Ci racconta il suo percorso, di studi e professionale? Come è finito a fare l'ingegnere in Svizzera?«Sono da sempre appassionato di tecnologia e di tutte le materie scientifiche, le mie preferite già durante gli studi. Fin dalla scuola media, nel corso della quale ho scoperto l'esistenza delle batterie a idrogeno grazie alle esperienze in laboratorio, ho sempre sognato di lavorare nell'ambito dell'innovazione energetica. Finito il liceo ho raggiunto mio padre, che da qualche anno aveva trovato lavoro in Svizzera. Ho deciso quindi di continuare lì i miei studi, tenendo presente che avrei fatto meno fatica ad inserirmi all'interno del mercato del lavoro. Ho iniziato a Losanna dove ho conseguito il titolo di perito elettronico, per continuare successivamente con una laurea in ingegneria a Yverdon-Les-Bains, focalizzata nello specifico sull'uso delle fonti energetiche in ambito domestico, edile e abitativo». Può spiegarci in cosa consiste il suo lavoro oggi? «Attualmente sono capo-progetto per una ditta di Friburgo che si occupa di regolazione delle installazioni tecniche in ambito edile, quindi riscaldamento, ventilazione, climatizzazione e simili. Sono strumenti la cui modernizzazione permette un grosso risparmio in termini energetici e quindi anche un minore impatto a livello ambientale. Nel concreto gestisco una squadra di cinque persone, supervisiono il progetto e sono responsabile per la risoluzione degli eventuali imprevisti che inevitabilmente si possono verificare».Le manca il nostro territorio e cos'ha trovato, invece, in Svizzera che da noi non c'è?«La Svizzera ha un livello più alto di cura per i servizi, che qui sono di qualità davvero eccelsa. Inoltre, seppure la vita costi molto cara, anche gli stipendi sono maggiori e si ha un potere d'acquisto più elevato che nel resto d'Europa. Per contro, è vero che manca un certo livello di empatia tra le persone, la cultura è quella dell'individualismo estremo, ognuno deve pensare per sé stesso. Questo vuol dire anche un alto tasso di depressione e suicidi. Se qui non hai un lavoro vivere è davvero dura, in molti fanno fatica, più di quanto si pensa o si vuole ammettere. In Italia il problema è che mancano organizzazione e serietà riguardo ad alcuni servizi, anche essenziali, ma sicuramente tendiamo più facilmente a fare comunità e ad aiutarci gli uni con gli altri. Certo non ci sarebbe bisogno di emigrare se migliorassero le offerte sul territorio, ma per farlo bisogna dare opportunità lavorative ai giovani, senza gettarli in situazioni di sfruttamento».Di cosa avrebbero bisogno i giovani italiani per evitare il trasferimento all'estero?«Se ci fosse il lavoro per cui si studia a lungo, soprattutto pagato decentemente e sicuro nel tempo, per permettere ai giovani di fare progetti a lungo termine, allora anche l'economia gira di più, la gente ha meno paura e può costruirsi un futuro senza dover lasciare la propria casa». --L.Z.