Studenti di Princeton rapiti dallo stile Olivetti

IvreaVenire da oltreoceano per conoscere un passato capace di ispirare giovani menti impegnate in un iter formativo d'eccellenza attraverso racconti precisi e ricchi di dettagli concatenati da un'efficace ed appassionata sintesi. Il seminario tenuto dal professor Giuseppe Rao a otto studenti e due docenti della prestigiosa università americana di Princeton, giovedì 16 negli spazi del laboratorio museo Tecnologicamente, è consistito proprio in questo.Rao, che è anche presidente dell'associazione Ivrea A Roma, il cui scopo è promuovere Ivrea e il suo sito Unesco, ha spiegato le peculiarità dell'epopea della Olivetti, concentrando la sua attenzione sul cosiddetto "stile Olivetti" e su come la città fra Serra e Dora sia stata la culla dove, nel dopoguerra, nacque l'industria moderna. «Abbiamo cercato di trasmettere agli studenti di una delle istituzioni scolastiche più importanti al mondo come nella ditta eporediese, per la prima volta a livello mondiale, la visione illuminata di Adriano Olivetti sia stata capace di fondere la cultura tecnologica con quella umanistica - ha spiegato Rao -. Scopo del seminario è stato far comprendere l'unicità di un'impresa leader nel campo della tecnologia ma che è stata soprattutto capace di creare un nuovo modello d'industria nato sul concetto di contaminazione fra conoscenze, saperi e discipline».Gli allievi della Princeton University, appartenenti alla facoltà di architettura, hanno visitato per tre giorni Torino per poi far tappa, nei successivi due, nei luoghi più rappresentativi del sito Unesco di Ivrea, osservando le linee degli edifici, le scelte urbanistiche e soffermandosi sulle novità rivoluzionarie proprie dei suoi edifici. «Con la mia collega Sylvia Lavin curiamo un seminario sulla grande impresa nel dopoguerra e la sua relazione col disegno totale, ed essendo Olivetti un esempio perfetto siamo venuti qui per scoprirlo», ha affermato Rubén Gallo, docente di letteratura. «Questo è un luogo poco conosciuto negli States, perciò abbiamo pensato che sarebbe stato estremamente importante da visitare per i nostri studenti - gli ha fatto eco Lavin, professoressa di architettura -. Sono rimasta veramente colpita dalla varietà dei tipi di design presenti in questo complesso industriale, qualcosa che non si trova in altri siti simili, dove si riscontra la pedissequa ripetizione di un dato modello. Ad Ivrea i cambiamenti di stile degli edifici negli anni appaiono veramente notevoli ed impressionanti. Porteremo a casa una storia densa e articolata che ci proietterà in un viaggio intellettuale che non sappiamo, al momento, dove ci condurrà».Rincuorante e foriera di speranze l'osservazione finale del professor Gallo: «La scoperta più intensa per me è stata che Ivrea vive. Mi aspettavo un ambiente post industriale un po' triste e grigio, come tante altre realtà simili. New Haven, ad esempio, città dove ha sede l'università di Yale in cui mi sono laureato, presenta tutti questi tratti. La vostra città invece è viva, bella, con gente giovane, un fiume che l'attraversa: una città in salute».Paolo Airoldi