Senza Titolo

Il calcio in tv era agli albori. Qualcosa si era cominciato a intravedere ai Mondiali svizzeri del '54, qualcosa in più sbucò dai teleschermi in bianco e nero quattro anni più tardi, a Svezia '58. Non ci riguardava da vicino, perché l'Italia aveva fallito la qualificazione come si sarebbe poi ripetuto sessant'anni più tardi. Ma finì per coinvolgerci tutti quanti perché da quelle riprese d'antan, da quelle immagini sfocate, precedute e seguite dalla colonna sonora dell'Eurovisione, sbucò qualcosa di mai visto prima, di mai nemmeno immaginato. Sbucò Edson Arantes do Nascimento, in arte Pelé. E gli mancavano quattro mesi a compiere diciott'anni. Dice vabbè, ma che volevate aver visto voi ragazzetti di un'epoca che non contemplava tv né internet? Qualcuno però i grandi e i grandissimi dell'anteguerra e dell'immediato dopoguerra li aveva pur ammirati e raccontati, Leonidas e Sindelar, Meazza e Sarosi, poi Di Stefano e Schiaffino. Per esempio Gianni Brera, che consegnò ai posteri questo immortale ritratto: «Ce ne vogliono molti di assi che conoscete per fare quel mostro di coordinazione, velocità, potenza, ritmo, sincronismo, scioltezza e precisione».Era un'alternativa e insieme una speranza, Pelé, in quel formidabile Brasile. La riserva di Josè Altafini, a sua volta ventenne, che avrebbe poi spopolato in Italia con le maglie di Milan, Napoli e Juventus. Ma una volta entrato non ci furono occhi che per lui. Per la perfezione del suo movimento naturale nella corsa, nello stacco, nel governo del pallone, nella battuta. Per un'armonia suprema che era, alla fine, la cifra assoluta della sua unicità. Facendolo sembrare, già a quell'età, di un'altra categoria rispetto anche a due fuoriclasse come Didì e Garrincha che gli giocavano a fianco.Il più bello dunque, il più ammirato di sempre. Non necessariamente il più amato. Forse proprio per via di quella perfezione, del sospetto che le sue meraviglie non gli costassero che una modica quantità di sudore. Persino la torcida brasiliana per un non breve periodo gli preferì Garrincha. Non solo perché a sua volta campionissimo. Ma perché della trascinante allegria calcistica di Mané si avvertivano lo sforzo, l'ansia, la sofferenza, mentre di O'Rey non si poteva che ammirare quella stupefacente naturalezza che gli consentiva di camminare in tutta serenità sui sentieri dell'impossibile. A 17 anni aveva vinto il titolo di capocannoniere del campionato paulista: a nemmeno 18 trascinò per l'appunto il Brasile al primo Mondiale della sua storia. Il governo lo dichiarò tesoro nazionale per vietarne il trasferimento all'estero. E fu questo ad impedire, allora e per sempre, una gerarchia definitiva tra i tre, al momento, più grandi di tutti i tempi: perché gli altri due, Di Stefano e Maradona, con il calcio europeo si misurarono. Pelé no. Da qui la riserva mentale che in Brasile la sua incolumità fosse almeno entro certi limiti un parametro da rispettare: con un paio di controprove, indirette quanto significative. La prima al Mondiale cileno del '62, quando la rudezza degli avversari lo costrinse sin dalla seconda partita a cedere il posto ad Amarildo. La seconda quattro anni più tardi in Inghilterra dove il bulgaro Zhecev lo timbrò al ginocchio all'esordio, e al rientro alla terza il macellaio portoghese Morais completò l'opera, mirando senza pietà al bendaggio sulla gamba dell'artista. Se anche Pelé, come Maradona, fosse passato nel frattempo attraverso fior di delinquenti calcistici come Goicoechea, quei due Mondiali li avrebbe magari giocati per intero.Tornò e rivinse a Mexico '70, segnando quattro gol nella fase eliminatoria prima dell'indimenticabile testata in sospensione nella finale con l'Italia. Staccò a centroarea quando il lungo traversone volante di Rivelino era sì e no a metà strada: e restò in aria ancor più a lungo di qualche giorno prima con l'Inghilterra, quando aveva costretto Banks alla parata del secolo. Chiuse l'anno successivo la sua epopea in Nazionale con 77 gol in 92 partite, quattordici anni dopo l'esordio contro l'Argentina. Le tre stagioni americane con i Cosmos, dopo una vita spesa con il Santos, furono un'umana debolezza. Esibizione per esibizione, meglio ricordarlo in quella (mancata) di Italia-Brasile '63 a San Siro quando fu annullato da Trapattoni per la buona ragione che andò in campo zoppo: e d'altra parte, trattandosi di amichevole, con Pelé in campo il Brasile costava 50 mila dollari. Senza, 10 mila. Ma in materia di pazzie pur di veder giocare Pelé il primato resta al pubblico colombiano del Campìn de Bogotà. Era il 17 luglio del '68, e la sfida tra una selezione di Colombia e il Santos si era messa male da subito. Colpito in una mischia furibonda, l'arbitro espulse anche Pelé: che non si era permesso, ma era evidentemente il giocatore più rappresentativo. Finì che per evitare l'invasione della folla inferocita fu necessario richiamare in campo lui: e mandare a casa l'arbitro.Ha vinto tre Mondiali, come nessun altro nella storia del calcio. Ha segnato 1281 gol in 1363 partite, molti dei quali in amichevoli che a quei tempi, peraltro, eccitavano le folle come e più di tante supercoppette di oggi. Ma nemmeno i suoi primati, i suoi numeri stratosferici, rendono l'idea della felicità che ha regalato agli innamorati del gioco più bello del mondo. --© RIPRODUZIONE RISERVATA