la soffiata dello zio
il casoFilippo fiorini /modenaNon suo cugino Ikram, che aveva minacciato di dire la verità se qualcuno lo avesse accusato. Non suo padre Shabbar, che ha visto il successo di una latitanza durata 19 mesi in Pakistan sfumare in un arresto 7 giorni fa, ma suo zio Danish e forse anche l'altro cugino Noumanulaq, hanno deciso di collaborare con la Giustizia e indicare dove si trova il corpo di Saman Abbas, scomparsa da Novellara il 30 aprile 2021. Nell'imminenza di un processo che comincerà a febbraio e dove costoro sono imputati per il rapimento, l'omicidio e la soppressione del cadavere di una ragazza appena maggiorenne, punita con la morte perché aveva scelto il proprio look e il fidanzato, anziché gli abiti tradizionali e le nozze a tavolino. Questo, venerdì scorso, quando la soffiata che ha permesso il ritrovamento di resti umani compatibili con il delitto, ha aperto per Danish la prospettiva di evitare l'ergastolo, di poter sperare in una pena attorno ai 20 anni e ha spianato la strada anche a una maggior predisposizione a parlare per tutti gli altri imputati meno uno: la madre, Nazia, ancora in fuga. Davanti a una presa di posizione pubblica della procura di Reggio Emilia, secondo cui un controllo più approfondito deciso spontaneamente ha portato al ritrovamento di resti che ragionevolmente sono di Saman, la ricostruzione di quanto accaduto si gioca sugli «off the records». Il primo arriva col condizionale al Tg2 delle 20, 30: «A indicare agli investigatori il luogo in cui scavare, sarebbe stato Danish Hasnain». Il giorno dopo (ieri), fonti ufficiali confermano il fatto sotto promessa di anonimato. A distanza di ore, altre fonti attendibili smentiscono che il cugino Ikram abbia cambiato la posizione che finora era quella di tutti: dichiararsi estranei. Resta il padre Shabbar, a cui alcuni commentatori attribuiscono la soffiata, ma Shabbar è in carcere in Pakistan solo da martedì, attende di sostituire l'avvocato d'ufficio con uno di fiducia ed eventuali sue dichiarazioni vanno tradotte: non avrebbe avuto il tempo. Resta Noumanoulaq. Lo studio legale che lo difende non commenta. D'altra parte, è lo stesso studio che difende anche Danish. Possibile che i difensori abbiano convinto solo uno dei due a collaborare, lasciando l'altro a dirsi innocente? Di certo, Danish ha parlato. Colui che gli inquirenti descrivono come «paritario del padre Shabbar nelle gerarchie familiari», a cui i testimoni attribuiscono la frase «prima che scappi di nuovo, ammazzatela» e che all'indomani del delitto tranquillizzava la fidanzata in chat con un «abbiamo fatto un ottimo lavoro», viene invece ricordato come «un uomo che dentro di sé stava molto male», dall'avvocato Lalla Gherpelli, che ne ha lasciato la difesa davanti all'ostinata negazione a collaborare. Un altro penalista, messo davanti alle carte dell'accusa, chiede che il suo nome non compaia, ma dice: «C'è stato un accordo con la procura ed eviterà l'ergastolo. Scontando le attenuanti dalle aggravanti, può sperare di prendere 20 anni». Vent'anni per aver strangolato Saman, la notte che credeva di essere accompagnata in stazione da papà e mamma. --© RIPRODUZIONE RISERVATA