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l'intervistaLuigi Grassia«Se la Cina attacca Taiwan e la Us Navy si interpone, gli americani rischiano grosso» dice Pietro Batacchi, analista militare, associato all'Ispi e direttore della Rivista italiana difesa (Rid). «Le loro navi, portaerei incluse, sarebbero bersagliate da una quantità gigantesca di missili dalla terraferma cinese. D'altra parte, le loro portaerei hanno uno scudo antimissile molto potente, bisogna verificare in combattimento se i cinesi sono in grado di perforarlo. E gli Stati Uniti hanno una netta superiorità nell'intelligence satellitare e nella guerra elettronica, come si è visto in Ucraina. In ogni caso l'America non può difendere Taiwan con la stessa disinvoltura con cui avrebbe potuto farlo fino a pochi anni fa». Negli anni'90 ci fu una crisi breve (e dimenticata) fra Cina e Taiwan: Clinton mandò le Settima flotta e Pechino si calmò immediatamente. Oggi le cose andrebbero allo stesso modo? «Da allora la Cina ha fatto progressi spettacolari in campo militare. Adesso ha una portaerei operativa, un'altra sul punto di esserlo, e una terza appena varata. Ha un centinaio di sottomarini, sia nucleari sia convenzionali, per bloccare Taiwan. E ha migliaia di missili, abbastanza per provare a saturare le difese americane. Poi non è detto che i cinesi ci riescano. L'esito dello scontro sarebbe incerto». La Cina ha 300 testate nucleari, come la Francia, non 5500 come l'America o 6000 come la Russia. E quanto alle forze convenzionali, l'ultima volta che la Cina ha provato a usarle è stato contro il Vietnam nel 1979 e non ha fatto bella figura. Non staremo sopravvalutando i cinesi? «Il Pentagono ritiene che la Cina arriverà a mille testate nucleari nel 2030. Quanto alle capacità di attacco convenzionali, è vero, i cinesi non le hanno mai messe in mostra. Ma se scoppiasse una guerra per Taiwan, Pechino avrebbe forze adeguate per un blocco navale coi sommergibili e per massicci attacchi aerei e missilistici contro la flotta americana e contro i centri di comando e le installazioni militari e politiche a Taiwan». Se la Us Navy subisse una sconfitta da parte cinese scopriremmo che il re è nudo? L'Occidente ha la supremazia sui mari da secoli, come si legge in "Vele e cannoni" di Carlo Maria Cipolla. Sarebbe la fine di un'epoca? «Sarebbe un fatto traumatico, ma non la fine di un'epoca. La marina americana si dovrebbe strutturare su nuove basi. Da anni c'è un dibattito negli Stati Uniti sull'opportunità di non costruire più portaerei da 100 mila tonnellate ma navi più piccole e che offrano bersagli meno allettanti, organizzate in flottiglie capaci di operazioni distribuite, che offrano meno punti di riferimento al nemico, il tutto sfruttando al massimo le risorse della guerra elettronica di cui gli americani sono maestri. Non farebbero come l'incrociatore russo Moskva che è stato lì come una gallina a farsi colpire». In Ucraina abbiamo assistito al tramonto dei carri armati? Di fronte ai droni e ai missili sono diventati vulnerabili e obsoleti, come capitò ai cavalieri corazzati del Medioevo di fronte ai fucili? «No. Tutto dipende dal sistema in cui il carro armato è integrato, in particolare dal punto di vista delle tecnologie dell'informazione. Se il sistema non funziona, come mostra il caso dei russi, il carro armato non è obsoleto, è inutile». --© RIPRODUZIONE RISERVATA